Confessioni di un padre democratico ma pigro

Stare da solo una settimana con i propri figli può aiutare a capire la dimensione nascosta del lavoro di cura, di solito delegato alle donne. E magari a diventare padri migliori.

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Sono sopravvissuto a una settimana, solo, con i miei figli piccoli. E questo nonostante io sia un maschio.

Intendiamoci: non sono uno di quei padri che pensano al lavoro di cura come a una cosa che compete unicamente a mia moglie. Sono – anzi – piuttosto presente, grazie anche al fatto che lavoro part-time.

So cosa vuol dire fare i compiti con i bambini – uno di 6 e uno di 9 anni – portarli alle svariate attività settimanali, fare il bucato e distenderlo, fare la spesa, riordinare il soggiorno, caricare la lavastoviglie, preparare colazione e cena, ecc.

Insomma, sono un padre partecipe, presente, solidale con mia moglie, con la quale ho sempre pensato di condividere una gestione del lavoro di cura abbastanza equa.

Mi sbagliavo.

Qualche tempo fa ha fatto molto discutere negli Stati Uniti la poesia di una mamma di tre bambini – Ellen Seidman – postata sul suo blog e che iniziava pressapoco così: “Sono quella che si accorge che sta per finire la carta igienica”.

Il testo continuava elencando tutte le innumerevoli cose alle quali una madre deve pensare, piccole e grandi; una lunga, lunghissima lista di incombenze che fanno sì – fondamentalmente – che una famiglia possa esistere.

Non è un mistero che il lavoro di cura e domestico sia in generale non equamente suddiviso tra i partner all’interno della coppia, anche nella nostra evoluta Svizzera.

Secondo una ricerca del 2017 elaborata dall’Ufficio federale di Statistica, le donne dedicano al lavoro domestico e di cura 28,1 ore contro le 17,9 degli uomini.

Sappiamo anche che questa disparità ha conseguenze in campo lavorativo. Non è un caso se in Svizzera le donne con ruoli dirigenziali nelle 100 maggiori imprese sono solo l’8%: proprio perchè hanno sulle spalle il maggior carico di lavoro famigliare, le donne tendono a scegliere occupazioni a tempo parziale, con ovvie ripercussioni sulle loro opportunità di fare carriera.

Ma quello su cui Ellen Seidman voleva attirare l’attenzione non era semplicemente la necessità di meglio suddividere i compiti nella coppia per raggiungere l’ambito “fifty-fifty”. Era il peso di un lavoro invisible che sono le donne a sobbarcarsi: quello di “pensare” la famiglia, un lavoro mentale che consiste nel preoccuparsi di tutto, ricordare e tenere traccia dei vari impegni, organizzare, essere attente a ogni particolare.

Si tratta di uno sforzo intellettuale che Susan Walzer ha analizzato in una ricerca intitolata “Thinking about the Baby”: le donne – spiega la sociologa americana – si assumono anche il lavoro mentale ed emotivo legato alla cura dei figli e alla gestione domestica.

Un lavoro che gli uomini, pur democratici e solidali, non fanno.

Me ne sono accorto durante questa settimana passata da solo con i miei figli: c’è una differenza tra il fare la spesa o il preoccuparsi di che cosa si cucinerà a cena consultando il menu per sapere cosa hanno mangiato i bambini in mensa; tra il portare il figlio dal dottore o avere sotto controllo tutta la storia sanitaria dei bambini e le loro fasi di sviluppo; tra l’andare a comprare la carta igienica e il dentifricio o rendersi conto che la carta igienica e il dentifricio stanno finendo; tra l’andare a prendere i bambini a scuola o il giocare con loro; tra il salutare i genitori dei loro compagni al cancello della scuola o creare delle relazioni sociali durature che possano aiutare i bambini nella loro crescita.

Insomma, durante questa settimana mi sono accorto di essere un padre democratico, certo, ma pigro.

Il fatto è che, nonostante i rapporti di genere si siano evoluti nelle nostre società e che il ruolo degli uomini sia cambiato, ancora consideriamo che la centralità della donna nella famiglia sia “naturale”: è lei che “naturalmente” è più orientata alla cura dei figli; che “naturalmente” è più empatica nei loro confronti, più brava ad organizzare tutte le piccole cose che fanno andare avanti una famiglia.

E’ un’ottima argomentazione per giocare allo scarica barile.

Ma è un’argomentazione falsa.

Lo dimostrano recenti ricerche sulla divisione del carico di lavoro nelle famiglie con genitori dello stesso sesso svolte negli Stati Uniti. Le coppie gay e lesbiche tendono a dividere i compiti in modo più egualitario tra i partner, ma quando arrivano i bambini c’è la svolta: la suddivisione del lavoro si avvicina a quello delle famiglie con genitori eterosessuali, con un membro della coppia più coinvolto nella cura dei figli e della casa e l’altro più proiettato sul lavoro e la carriera.

E’ la dimostrazione che non ci troviamo di fronte a una questione di genere, per cui la donna sarebbe più propensa alla famiglia che non l’uomo.

Quindi basta scuse, è ora di cominciare a pensare come “mamme”, al di là del genere che connota questa parola.

Lo dico ai padri: provate a stare una settimana soli con i vostri figli e capirete che cosa intendo. Non potrete fare a meno di chiedervi: “Ma come fa mia moglie a farlo ogni giorno, 365 giorni all’anno?”.

Eccovi pronti a rubare alle vostre compagne un segreto, conservato gelosamente nei secoli: se è vero che il lavoro di cura è faticoso, a volte frustrante e impegnativo, l’energia e il piacere che ti dà essere al centro dei desideri, delle speranze e degli affetti dei tuoi figli; il vederli ridere e essere sereni; tutto questo non è nemmeno comparabile con una promozione di carriera o un articolo come questo condviso mille volte su Facebook.

Fate finta di non saperlo però, non dite niente e agite. E rivelate alle vostre compagne quanto avete imparato una sera di primavera, con la luna alta nel cielo, mentre i bambini dormono serenamente…

 

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