De Andrè come non è mai stato conosciuto

Un punto fermo, di non ritorno. L’ha scritto la moglie Dori Ghezzi, a quasi 20 anni dalla sua morte, in collaborazione con Giordano Meacci e Francesca Serafini, due amici autentici della coppia, oltre che linguisti fra i più intransigenti.

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Leggi un libro su Fabrizio De Andrè sapendo che non è il primo ma subito ti assale la consapevolezza che è l’ultimo. Perché è il più vero, sentito, intenso. Un punto fermo, di non ritorno. L’ha scritto la moglie Dori Ghezzi, a quasi 20 anni dalla sua morte, in collaborazione con Giordano Meacci e Francesca Serafini, due amici autentici della coppia, oltre che linguisti fra i più intransigenti.

Leggi questo libro cercando un qualche aneddoto preciso (e lo trovi) ma soprattutto inseguendo un qualcosa che De André non ha detto, o che prima non hai capito. Missione riuscita. In effetti «Lui, io, noi», stampato da Stile Libero Einaudi, dà al lettore tutte queste risposte. Riuscendo a fornire una nuova luce ed evitando la retorica della celebrazione (si rivolterebbe nella fossa, Faber, se così fosse stato!).

L’immagine che ne esce è di un’intellettuale vero, uno che ha saputo invertire il senso tra a teoria e pratica: lui «è», pronto a pagare di persona, nel rapimento subito ma più ancora nelle notti alla ricerca di un verso, di una parola che sappia esprimere il suo profondo vissuto, magari facendosi accompagnare da infinite sigarette e inesauribili bevute. E qui al lettore, anche al suo più accanito fan, si accende una lampadina: «ma l’avremo capito, nella sua essenza pura?». Forse più no che sì, perché dietro ogni sua canzone-strofa-verso c’è ancora altro. Ed ogni tanto vien voglia di chiudere la pagina e andare a risentirsi «Preghiera in gennaio» (composta in occasione del suicidio dell’amico Luigi Tenco), «Hotel Supramonte» (dedicato alla stessa moglie Dori, in ricordo del periodo passato reclusi alla macchia), e ancora tante e tante altre sue canzoni.

Una lettura dunque più che consigliabile. Perché le amicizie assumono altre connotazioni (quello con i colleghi: Vasco, De Gregori, Bubola, Pagani, Battisti, Dalla… ) e i rapporti umani, assai banalizzati dai media (mai troppo teneri con questo «genovese che dice parolacce nelle canzoni», così venne presentato agli inizi quasi biasimando Mina per aver portato al successo «La canzone di Marinella»), ritrovano una giusta dimensione. Con il padre e con i figli, per cominciare. Ma sopra tutto e tutti con il suo bisogno di essere contadino, a ribadire che la teoria (le canzoni) trovano senso quando nascono dalla vita stessa.

Dio, l’esercito, l’amore, il suicidio, la prostituta, il potere … quanti temi ha affrontato e con quale lucida, poetica intelligenza. Lui rifiutava l’assioma per cui la canzoni possono essere poesia, e quando le sue canzoni vennero comprese nelle antologie scolastiche compatì i bambini costretti ad uno studio mnemonico. Però, parafrasando Dylan Thomas, ci viene da concludere che … una canzone di De André non cambia il mondo, ma il mondo dopo una canzone di De Anré non è più lo stesso». Questo anche grazie a «Lui, io, noi».

Fabrizio Quadranti

«Lui, io, noi» , di Dori Ghezzi, Giordano Meacci e Francesca Serafini, 2018, Stile libero Einaudi, 2018, pag. 202, Euro 16,50.

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