“Kuke”, “Dumulenn” e il neofascismo semantico

La prima forma di rispetto della persona e della cultura altrui consiste nel chiamare chi ci sta di fronte esattamente come lui si chiama: difficile per l’urdu e il sanscrito, insegnato da tre persone in Europa, fra cui il ticinese Giotto Canevascini, facile invece, con un po’ di buona volontà, per molte altre lingue.

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Il primato del mondo in materia di nomi massacrati spetta a Didier Cuche, nagli esordi chiamato senza vergogna “Kuke” sia dagli italiani che dai germanici.

Didier, per nulla permaloso, stava al gioco, tant’è vero che “Kuke” era diventato una specie di marchio di fabbrica anche in seguito. A ruota la RAI che ha annunciatouna vittoria della svizzera Lara “Gatt”, detta altrimenti Gut.

La prima forma di rispetto della persona e della cultura altrui consiste nel chiamare chi ci sta di fronte esattamente come lui si chiama: difficile per l’urdu e il sanscrito, insegnato da tre persone in Europa, fra cui il ticinese Giotto Canevascini, facile invece, con un po’ di buona volontà, per molte altre lingue.

Esercizio obbligatorio per un Paese come la Svizzera che vive di equilibri fra sensibilità diverse, imperativo per un ente come la SSR, a maggior ragione dopo il recente dibattito sulla sua “missione” nazionale.

Ma resta molto da fare. La lingua francese è sciovinista, anche dalle parti della TSR. A Zurigo si fa una fatica tremenda a dire Cànepa, il presidente della squadra di calcio di origine ticinese diventa Canépa. La migliore, ma dopo i bravissimi romanci , è la RSI, malgrado qualche preoccupante caduta, in primis con il povero sciatore Pinturault che al TG diventa spesso “Pinturò” ; Macron che talvolta diventa “Macronn”, nemmeno fosse una pregiata marca di maccheroni; Sion che fa spesso “Sionn”, sempre con doppia enne finale. Se la cava maluccio anche il Paris Saint Germain che diventa “Paris Sent Germenn”: alla RAI addirittura “Paris Sant Germann”, che contrariamente a San Giuann, fa l’ingann. A meno che il cronista sia di Camnago-Lentate.

Ma ciò che maggiormente stride, giorno per giorno, è sentire il ciclista Dumoulin che diventa “Dumulenn”. La RSI risolve il problema in un pilatesco two-ways parallelo: il cronista, Giancarlo Dionisio martella vanamente il commentatore tecnico, che ogni tanto lo segue, ma più spesso no, in un curioso tango Dumoulin-Dumulenn.

Narra lo scrittore italo-sloveno Boris Pahor, a 104 anni (!) in lista per le Regionali , che durante l’occupazione fascista la maestra aveva sputato in bocca a sua sorella perché sorpresa a parlare sloveno con una compagna di scuola.

Alla RSI bisogna lottare per convincere i lettori professionisti di lingua italiana a pronunciare correttamente “Müller” e soprattutto, nei documentari storici, “Führer”. La u diventa la iu dell’american-english. Sul rifiuto degli italiani di usare correttamente la lingua francese ci sono molte opinioni che si rifanno ai rapporti storici fra i due Paesi, e anche la convinzione che per loro la dieresi sia molto difficile. Un metodo, usato in modo informale da un prof valtellinese, ci sarebbe, ma in classe, nell’ora di francese, risulterebbe assai disdicevole: immaginate i liceali in piedi e in coro a dire: ma va a da via ‘l …ü/ü/ü!

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