La canzone di agonia dei palestinesi

Un’ambasciata spostata da Tel Aviv a Gerusalemme. Non ce n’era bisogno, non serve a nulla, se non a ribadire ai palestinesi che loro non valgono nemmeno le pallottole che li uccidono. Se non a suggellare un patto infame tra Israele e gli Stati Uniti. E gli altri, quelli che piangono, e ci sono sia dall’una che dall’altra parte, possono solo osservare impotenti una deriva sempre più mostruosa.

Di

Israele vince all’Eurovision Song Contest. Tanti colori, la musica il pubblico che applaude, i lustrini. Netta Barzilai, paffuta cantante israeliana, vince a Lisbona nell’annuale festival musicale dell’Eurovision Song Contest.

Toy, la canzone di Netta: Gioco.

Non è un gioco per i Palestinesi.

Striscia di Gaza: 50 morti e centinaia di feriti a opera dei soldati israeliani per un motivo idiota e futile, lo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Uno schiaffo morale ai palestinesi, che protestano con quello che hanno e che abbiamo imparato tristemente a conoscere: ragazzini con le fionde che lanciano sassi all’esercito trincerato dietro a cortine di fumo e ai lacrimogeni. Le pallottole dei cecchini fioccano, bucano, strappano, sparpagliano sangue, ossa, viscere. La gente di al-umma al-filistiniyya muore come muoiono i piccioni al tiro sportivo.

A Lisbona, l’abito variopinto di Netta, gli orecchini dorati come ruote indù della vita.

A Gaza sangue e polvere, urla di strazio al posto della musica.

Non viene nemmeno più la rabbia, ma solo una desolata angoscia, una tristezza impotente a vedere lo stillicidio dell’idiozia criminale. Due presidenti, uno peggio dell’altro: crudeli, privi di empatia, Trump da una parte, Netanyahu dall’altra. Sorretti sul loro piedistallo dalla peggiore estrema destra dei rispettivi Paesi, quella del Ku Klux Klan negli USA e quella dell’ebraismo ortodosso in Israele.

Un’ambasciata spostata da Tel Aviv a Gerusalemme. Non ce n’era bisogno, non serve a nulla, se non a ribadire ai palestinesi che loro non valgono nemmeno le pallottole che li uccidono. Se non a suggellare un patto infame tra Israele e gli Stati Uniti. E gli altri, quelli che piangono, e ci sono sia dall’una che dall’altra parte, possono solo osservare impotenti una deriva sempre più mostruosa.

C’era chi aveva proposto Donald Trump per il Nobel.

Il Nobel per la pace.

Il girl power di Netta Barzilai, incolpevole cantante, sottolinea la musica di morte del suo governo in maniera grottesca, e le note si fondono con le grida di agonia di un popolo.

A Gerusalemme, Ivanka Trump, che siamo sicuri non avrà nemmeno un po’ di acidità di stomaco stasera quando andrà a letto, è a inaugurare l’ambasciata, solare, sorridente, col suo vestitino color crema e il marito ebreo e fascista.

A Gaza si piange, come sempre. Oggi un po’ di più, per la tragica inutilità di tutto questo.

Mai come oggi, i morti dell’Olocausto gridano dalle loro tombe per la vergogna.

Ti potrebbero interessare: