La rivolta degli «zingari» e la strada svizzera per Auschwitz

Il 16 maggio del 1944 iniziava la rivolta di Rom e Sinti nel campo di sterminio di Auschwitz. E le strade che portano allo Zigeunerlager e alla «soluzione finale» per gli «zingari» passano anche dalla Svizzera.

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Il 16 maggio si è celebrato un anniversario importante per tutti coloro che pensano che ribellarsi alla barbarie sia giusto. Una ricorrenza passata inosservata ai più; un vuoto di memoria sospetto, dal momento che i protagonisti della vicenda che stiamo per raccontare sono i disprezzati «zingari».

Quello stesso giorno del 1944 era stato scelto dagli aguzzini nazisti per eliminare tutti i prigionieri Rom e Sinti del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, oltre 4000 persone tra uomini, donne e bambini, internati nello Zigeunerlager. Ma le SS si trovarono di fronte all’impossibile: i prigionieri, saputo in anticipo del progetto, si armarono di tutto quello che trovarono e si batterono. Iniziò così la rivolta: gli ultimi della terra, i perseguitati «zingari» (termine che per l’uso fatto dai nazisti è oggi considerato dispregiativo al pari di «negro») tennero testa alle SS per tre mesi, uccidendone 11.

Un atto di valore straordinario, che può essere accomunato per la sua importanza simbolica alla rivolta del ghetto ebraico di Varsavia del 1943 o agli scioperi degli operai torinesi e milanesi del marzo di quello stesso anno, in piena occupazione tedesca. Ma con una differenza essenziale: la rivolta di Rom e Sinti avvenne dentro il più infame dei campi di sterminio, quello di Auschwitz.

Il 2 agosto 1944 arrivò la vendetta nazista, feroce: in una sola notte vennero uccise 2897 persone di etnia Rom e Sinti. Le strade che portano allo Zigeunerlager di Auschwitz e a quella tragica notte passano anche dalla Svizzera. Seguiamole.

Joseph Jörger (1860-1933)è tristemente noto per i suoi studi sugli Jenisch, una popolazione (allora) nomade di origine svizzera. Lo psichiatra grigionese, direttore della clinica di Waldhaus, considerava gli appartenenti a questa minoranza come portatori di «debilità morale», che sarebbe stata iscritta nei loro geni e trasmessa di generazione in generazione.

Secondo Thomas Huonker e Regola Ludi, autori di una inchiesta storica voluta dalla Confederazione sulla «politica tzigana» della Svizzera al tempo del nazionalsocialimo, le elaborazioni teoriche di Jörger influenzeranno fortemente le teorie razziali che porteranno alla «soluzione finale» per gli odiati «zingari» in Germania. Non è un caso dunque se il principale teorico tedesco dell’inferiorità della «razza zingara», Robert Ritter, si formò in Svizzera, presso la clinica psichiatrica del Burghölzli di Zurigo, dove erano in auge le teorie razziali.

Tornato in Germania, divenne poi direttore del Kriminalbiologisces Institut der Sicherheitpolizei, che individuava in un gene, il Wandertrieb (istinto al nomadismo), la pericolosità delle popolazioni Rom e Sinti. Inutile dire che quel gene non esiste.

Nel 1940 Ritter emesse la sua sentenza: «la questione zingara potrà considerarsi risolta solo quando il grosso di questi ibridi tzigani, asociali e fannulloni sarà radunato in campi di concentramento e costretto al lavoro, e quando l’ulteriore aumento di queste popolazioni sarà definitivamente impedito».

Ci pensarono le SS: in tutta Europa furono circa 500mila gli appartenenti a queste due popolazioni cancellati dalla furia omicida nazista; tra il 70% e l’80% del totale. Uno sterminio scientificamente pianificato, che accomuna il destino di Rom e Sinti a quello degli ebrei. Accanto al termine «Shoa» dovremmo ricordarne un altro, in lingua romanì: «Porajmos», o «grande divoramento».

La Svizzera, che era stata all’avanguardia nella gestione del «problema zingaro» sperimentando sugli Jenisch politiche di assimilazione forzata, durante la guerra chiuse le frontiere agli ebrei, così come a Sinti e Rom. Il caso più eclatante fu quello di Django Reinhart, straordinario chitarrista manouche francese, innovatore del Jazz, osannato in tutto il mondo, che cercò di passare nel 1943 la frontiera Svizzera dalla Francia occupata. Vene rimandato indietro. Ma le cose non migliorarono con la fine della guerra: in Svizzera le teorie del dottor Jörger continuarono ad essere in auge nelle istituzioni e tra le forze dell’ordine.

Pro Helvetia continuò fino al 1973 senza nessun tipo di autocritica il progetto iniziato nel 1926 che  aveva lo scopo di strappare i bambini dei nomadi ai loro genitori, per estirpare il «gene del nomadismo». Furono secondo le stime tra i 600 e i 2000 i bambini affidati così a famiglie stanziali o a istituti, presso i quali subirono le peggiori violenze. Solo nel 1987 arrivarono le scuse della Confederazione colpevole di aver sostenuto il progetto di Pro Helvetia.

Ed è quello che dovremmo fare anche noi, sempre, ogni volta che vediamo una carovana o un accampamento di nomadi alle porte delle nostre città: toglierci il cappello (se lo abbiamo) e chiedere scusa. Poi invitarli a bere un caffé a casa nostra o portare i nostri figli a giocare con i loro. E ringraziarli per quel 16 maggio del 1944.

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