Le Temps e la scuola ticinese

È una polaroid de “La scuola che verrà” e del referendum lanciato dall’UDC contro questa riforma, l’articolo di Le Temps intitolato “La riforma scolastica ticinese non piace alla destra populista”. È un’istantanea scattata sulla realtà di un Cantone, il nostro, dove ogni cosa – perfino la scuola – diventa il pretesto e si fa terreno di un sanguinario e feroce scontro ideologico.

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È una polaroid de “La scuola che verrà” e del referendum lanciato dall’UDC contro questa riforma, l’articolo di Le Temps intitolato “La riforma scolastica ticinese non piace alla destra populista”. È un’istantanea scattata sulla realtà di un Cantone, il nostro, dove ogni cosa – perfino la scuola – diventa il pretesto e si fa terreno di un sanguinario e feroce scontro ideologico. Una delle tante battaglie combattute cercando di rovesciare il banco, truccando i dadi, infischiandosene bellamente della realtà, dei bisogni reali e di quel che dovrebbe essere il bene di noi tutti, invece che il mero tornaconto politico soltanto di una parte.

È davvero un bel resoconto, quello tracciato dal giornale romando riguardo alla situazione politica in Ticino e al conflitto creatosi attorno a un ministro la cui colpa più grande è quella di essere “ideologizzato” tanto quanto lo è la riforma scolastica pensata – stando al giudizio dei suoi avversari politici – senza tener conto delle individualità dei singoli allievi.

“Il presidente dell’UDC ticinese, Piero Marchesi, – scrive le Temps – ritiene che il progetto proposto dal leader socialista del DECS, Manuele Bertoli, sia “ideologico” e non in linea con l’evoluzione della società e dell’economia. Il principio di “inclusività” esiste già nel sistema scolastico ticinese, sostiene; nessuno è escluso. “L’idea di uniformare gli studenti, di eliminare le differenze naturali – ci sono alcuni alunni, per esempio, che sono più competenti nelle lingue e altri che lo sono invece in matematica – sarà dannosa per l’apprendimento e l’insegnamento al punto da indebolire e abbattere i nostri standard educativi.”.

Peccato solo che dietro alla proposta di riforma non ci siano affatto i capricci di un ministro ma un serio e rigoroso lavoro di analisi della situazione scolastica cantonale. “Se le necessarie 7000 firme saranno convalidate dalla Cancelleria, il Ticinese dovrà andare votare. Di conseguenza, il progetto pilota, che avrebbe dovuto prendere il via questo autunno con una durata programmata di tre anni, subirà un ritardo di almeno un anno. Frutto di oltre cinque anni di studio e di consultazioni, l’esperimento ha finora coinvolto tre scuole primarie e quattro scuole secondarie. Con l’ambizione di essere generalizzato a tutto il sistema scolastico cantonale, con un costo annuale di 34,5 milioni di franchi.”

Eppure tutto questo sembra essere irrilevante. “Secondo Piero Marchesi, la riforma è lontana dal raggiungere il consenso, anche all’interno della comunità degli insegnanti. “Durante la nostra campagna di raccolta delle firme, diversi insegnanti, ex insegnanti e direttori scolastici ci hanno supportato. Per noi, la riforma deve essere discussa più ampiamente con le persone. Dovremo conviverci per venti o venticinque anni; è imperativo che venga discusso in maggior profondità “. La scelta fatta è secondo lui quella di un modello che è già stato adottato all’estero e poi abbandonato perché non ha fornito i risultati desiderati.”

Quali siano davvero i risultati, gli obiettivi che il referendum “No allo smantellamento della scuola pubblica” vorrebbe raggiungere restano però poco chiari e il dubbio rimane quello di trovarsi di fronte a un conflitto tanto inutile quanto in malafede. Infatti l’articolo di Le Temps si chiude sottolineando come: “tra gli oppositori della scuola “rossa”, ci sono i deputati di destra che lo scorso anno hanno proposto il loro modello, senza successo. Prevedeva un’istituzione scolastica più selettiva, addirittura elitaria. Tanto che il sindacato degli insegnanti aveva risposto di non poter approvare “una scuola pubblica ciecamente al servizio dell’economia e che separava troppo presto gli studenti secondo presunte abilità innate che, di fatto, sono solo il risultato di diverse origini sociali e familiari.”.

 

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