Mattarella, i ricatti incrociati e il salto nel buio

Possiamo pensare che Mattarella abbia agito su pressione dei “poteri forti”, un po’ come il vaso di coccio di manzoniana memoria, ma dobbiamo riconoscere, che ci piaccia o no e al di là delle formalità giuridiche, che l’alternativa è il salto nel buio del Paese intero.

Di

Di sicuro, in questo momento l’Italia vive uno dei suoi momenti più delicati a livello politico, con una crisi senza precedenti frutto da una parte della sconsiderata legge elettorale che non aiuta a formare una maggioranza di governo chiara, dall’altra delle pressioni, a tratti inaccettabili di Luigi Di Maio e soprattutto di Matteo Salvini. Il detonatore della crisi sono state le scelte del presidente della Repubblica Mattarella, che hanno letteralmente spaccato in due il Paese fra quelli per cui Mattarella è il salvatore della Costituzione e il garante del rispetto delle regole contro le derive populiste, e quelli per cui, invece, è diventato una specie di capro espiatorio. Da questi ultimi, egli è accusato di essere asservito alla UE e di non rispettare la volontà popolare in seguito al veto posto sul nome di Paolo Savona, noto per le sue posizioni antieuro, al Ministero dell’Economia che ha causato la rinuncia all’incarico da parte del premier incaricato Giuseppe Conte.

Da un punto di vista strettamente costituzionale, la scelta di Mattarella è legittima, e ha una serie di precedenti. D’altronde, a livello politico, la resistenza del Capo dello Stato è una risposta legalitaria alla prepotenza di Di Maio e soprattutto Matteo Salvini, uno schiaffo alle pretese populiste di aver ricevuto, con il voto, una sorta di investitura divina che autorizza a trattare le Istituzioni come una cosa loro, alla stregua di un parco giochi a loro totale disposizione. E in ultimo, con il ritiro dalla contesa di Conte, svelano palesemente quello che era il vero ruolo del presidente del Consiglio incaricato, quello di un fantoccio sconosciuto chiamato a ratificare le scelte compiute dai due capopopolo in sede del tutto extra-istituzionale, tramite un contratto fra privati pieno di buchi, lacune e incertissime garanzie di copertura finanziaria: l’ennesimo tentativo di privatizzare lo Stato e le Istituzioni in nome di una sorta di unzione ricevuta dal corpo elettorale.

Perchè si, il popolo è sovrano, lo dice la Costituzione, ma qualcuno sembra far finta di non vedere le due righe successive, quelle che parlano dei modi e delle forme in cui si esercita tale sovranità, che sono appunto quelle della Costituzione. Considerare il popolo non come un corpo elettorale fatto di persone, ma come una specie di entità mistica capace di scegliere l’Eletto e di conferirgli un potere illimitato, alla stregua di Dio che parla a Mosè, è la strada che apre alla vera e propria dittatura delle masse, che è cosa ben diversa dalla democrazia. Ed è assolutamente chiaro che l’intestardirsi di Salvini sul nome di Savona, quando erano state proposte delle alternative politiche e altrettanto vicine, come Giorgetti, è stato esclusivamente un ricatto posto dal leader della Lega nei confronti del Capo dello Stato, a cui Mattarella si è giustamente rifiutato di cedere. Il presidente non è un notaio, l’aveva già detto, e l’ha dimostrato esercitando le sue prerogative.

Eppure, al di là del rispetto per il Capo dello Stato, ci sono delle ombre pesanti su tutta la vicenda, questioni di fondo che vanno al di là del puro complottismo. E qui, c’è una terza chiave di lettura della crisi, al di là della lettura giuridica e politica, ed è quella dell’opportunità delle scelte di Mattarella, a un livello, se vogliamo, morale, e che da molti punti di vista lascia perplessi e alimenta le posizioni dei detrattori. Perchè quelle che destano stupore, e che differiscono dai precedenti, sono le motivazioni del NO a Savona: l’interesse nazionale e le preoccupazioni per lo spread e di conseguenza per il destino dei risparmiatori, derivate dalle peraltro ben note idee di Savona e, e qui è il punto fondamentale, da sue scelte che rimangono solo e soltanto ipotetiche e dalle possibili reazioni nei palazzi dell’Unione Europea e, soprattutto, a Berlino. Ed è questo il vero nocciolo della questione: Mattarella, al di là della reale preoccupazione per l’interesse nazionale, ha di fatto messo in chiaro che le scelte politiche dell’Italia, come probabilmente di ogni altro Paese dell’Unione Europea, dipendono anche da fattori che vanno oltre la politica interna e che invece hanno origine in sedi sovranazionali e legate strettamente ai poteri economici, che si tratti dello spread o dei malumori della Merkel e dei burocrati della UE.

E qui, signore e signori, il re è nudo: l’europeismo a tutti i costi, ormai, arriva ad essere quasi indifendibile, di fronte a quello che, a tutti gli effetti, è un vero e proprio ricatto, a causa del quale un ministro è stato escluso dalla lista in via precauzionale, e, diciamolo, pregiudizievole per timori di una reazione negativa a livello europeo. Ma attenzione, l’impennata dello spread, il gigantesco debito pubblico, le minacce di taglio al rating non sono sicuramente colpa del presidente della Repubblica: avallare la sfida di Salvini e Di Maio all’Europa e all’Euro accettando come ministro dell’Economia il cavallo di troia antieuro Savona, al di là del “segnale forte” che i due leader pensavano di dare, sarebbe stato nulla più che un azzardo dalle conseguenze imprevedibili. Perchè puoi sfidare l’Europa, puoi chiedere di ridiscutere i trattati e aspirare ad affrancarti dai vincoli percepiti come più oppressivi: sicuramente, però, non puoi farlo quando il tuo Paese ha un cappio al collo e il misto di temerarietà, arroganza e dilettantismo politico con cui è stata finora gestita la formazione del nuovo governo rischia di essere il calcio alla sedia definitivo. Possiamo pensare che Mattarella abbia agito su pressione dei “poteri forti”, un po’ come il vaso di coccio di manzoniana memoria, ma dobbiamo riconoscere, che ci piaccia o no e al di là delle formalità giuridiche, che l’alternativa è il salto nel buio del Paese intero.

Ti potrebbero interessare: