Non c’è pace in Nicaragua

In Nicaragua le proteste hanno sortito l’effetto sperato. Il presidente Daniel Ortega ha ritirato la sua controversa riforma delle pensioni, ma i manifestanti ora chiedono la sua testa.

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Il movimento sandinista ha davvero i giorni e le ore contate? È questo il dubbio che da qualche tempo a questa parte aleggia mo’ di spettro fra la popolazione nicaraguense, soprattutto alla luce delle violente proteste che hanno scosso il Paese del Centro America, nel corso delle quali sono morte almeno trenta persone.

La rabbia è esplosa in occasione della riforma del sistema previdenziale decisa dal presidente Daniel Ortega. Una riforma, presentata il 18 aprile scorso, che a fronte di una sensibile riduzione delle pensioni prevedeva pure un aumento dei contributi da versare allo Stato. Una riforma che, sulla scorta dell’ondata di violenze e di malcontento partita inizialmente dalle università pubbliche, proprio negli scorsi giorni ha costretto Ortega a un dietrofront, per cercare di portare a più miti consigli i manifestanti e l’opinione pubblica.

Dunque le proteste sembrano aver avuto la meglio. Ma ora, il vero obiettivo, il re che rischia di essere buttato giù dalla torre, sembra essere lo stesso Ortega. Il guerrigliero sandinista di area marxista che nel 1979 rovesciò la dittatura di Anastasio Somoza, vincendo successivamente anche la guerra civile contro i Contras, le forze ribelli di destra foraggiate di armi e dollari dal governo statunitense. Un rivoluzionario che ora, però, si trova a sua volta al centro di una rivoluzione.

Un Nicaragua tormentato dai fantasmi della rivoluzione e una protesta che GAS Social ha chiesto di commentare a una giovane ticinese, Nicole Attanasio, che, dopo aver portato a termine con Comundo un primo stage in Bolivia, nel febbraio 2016 è ripartita. Ma questa volta per ilPaese centroamericano dove la maggior organizzazione svizzera di cooperazione allo sviluppo, attraverso l’interscambio di persone, opera nell’ambito del movimento “Fe y Alegria”, un progetto nato per sostenere programmi legati all’integrazione sociale e all’educazione, come nel caso di quella sessuale, essenziale in una società prevalentemente machista come quella nicaraguense, dove sono ancora numerose le ragazze minorenni che rimangono incinte e quasi il 60% della popolazione ha meno di vent’anni.

“Io mi trovo a Ciudad Sandinoci racconta Nicolead appena una decina di chilometri da Managua, quindi la mia non può che essere una visione parziale di quella che è la realtà degli scontri dei giorni scorsi avvenuti nella capitale (da dove peraltro sono partite le proteste) e nel resto del Paese. Ciudad Sandino è stata oggetto di saccheggi e di vandalismi messi a segno soprattutto dai cosiddetti Pandilleros, giovani armati che in questa zona vivono proprio di piccoli e grandi furti. Gruppi armati che evidentemente hanno approfittato della situazione di caos venutasi a creare.

Ciò che più mi ha fatto impressione è il modo in cui la polizia e le forze armate appoggiate dal governo, come nel caso delle Turbas, non si siano fatte scrupoli nell’uso della violenza per reprimere le manifestazioni studentesche. Una violenza di Stato. Con la polizia armata che sparava su civili inermi. Una reazione di questo tipo da parte del governo non era assolutamente prevedibile e ha creato grande stupore anche nella popolazione.

La violenza di questi giorni credo però abbia una radice profonda. Si ricollega alla rivoluzione e alla successiva guerra civile. La violenza di oggi è stata seminata allora. I giovani d’oggi sono figli di genitori che hanno vissuto sulla loro pelle un periodo molto violento della storia del loro Paese e io sono convinta che le storie familiari si tramandino. È una violenza che hanno in qualche modo interiorizzato.

Comunque sia, i fatti accaduti di recenti non hanno spento il mio entusiasmo e la voglia di fare, anzi. Sono convinta che la democrazia possa iniziare anche dalla scuola e dal lavoro che tutti noi portiamo avanti. All’inizio della protesta e della sua repressione violenta c’è stata molta paranoia. Molti hanno cancellato le loro foto di Facebook e avevano paura di parlare o di metterci la faccia. Ma io non voglio avere paura. Non è questo il senso del mio trovarmi qui.

In linea con il sentimento di speranza per il futuro di Nicole Attanasio ci sono anche le parole dello scrittore nicaraguense Sergio Ramirez, aggiudicatosi proprio nei giorni passati il Premio Cervantes, il Nobel della letteratura in lingua spagnola. Qualunque tipo di dialogo si deciderà di instaurare in Nicaragua, dovrà essere svolto lontano da ogni manipolazione e da qualunque ombra di inganno ed essere finalizzato al ritorno della piena democrazia e rispetto dei diritti umani.”

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