Trump, il ban delle persone su Twitter è censura

Un giudice dello Stato di New York giudica incostituzionale la prassi di Trump di bloccare su Twitter le persone che lo criticano: violerebbe il Primo Emendamento sulla libertà di espressione

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Donald Trump ci ha abituati ad un uso di Twitter decisamente poco istituzionale. Dagli insulti a Kim Jong-Un, con tanto di gara a chi ha il bottone atomico più grosso (leggi qui), alle minacce di far arrivare sui russi missili belli, nuovi e intelligenti (leggi qui), l’utilizzo dei “ciinguettii” da parte del presidente USA raggiunge spesso livelli decisamente imbarazzanti, ai limiti del trolling puro.

Ma stavolta The Donald sembra aver trovato un osso più duro di lui, qualcuno capace di mettere un freno al suo twittare da bullo del web: la legge, e in particolare la Costituzione degli Stati Uniti d’America. Perchè l’America avrà tanti difetti, ma di sicuro è un Paese in cui i principii costituzionali sono tenuti in una considerazione quasi sacrale, e per il sistema giuridico in vigore qualsiasi giudice può giudicare di ricorsi per violazione della Costituzione, emettendo sentenze che valgono come precedente e che possono arrivare anche a bloccare un decreto presidenziale, come nel caso del Muslim Ban.

E di questo controllo di costituzionalità diffuso ne ha fatto le spese proprio Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti d’America. Trump, come tanti anche alle nostre latitudini, ha l’abitudine di bloccare su Twitter chiunque lo critichi o lo contesti, alla stregua di un Gasparri o di un Quadri qualsiasi, insomma. Ma accade che un tribunale dello Stato di New York abbia stabilito che Trump deve smetterla con i ban su Twitter, in quanto, impedendo alle persone bloccate di vedere i tweet e quindi di esprimere la loro opinione, vìola direttamente il Primo Emendamento, che tutela la libertà di espressione.

La decisione arriva dopo il ricorso  della Knight First Amendment Institute, un’organizzazione in difesa della libertà di espressione con sede alla Columbia University, e di sette comuni cittadini, “colpevoli” di aver criticato The Donald sul social network. Sostanzialmente, considerata la carica pubblica di Trump, il fatto di bloccare un utente su Twitter in seguito a una critica si configura come una vera e propria censura governativa.

La lista dei bannati da Trump conterebbe diverse centinaia di persone, fra i quali nomi illustri come gli scrittori Stephen King e Ann Rice: adesso, sebbene al presidente non sia stato ingiunto di sbloccare le persone bannate, la sentenza potrebbe andare oltre l’aula di tribunale, venendo applicata a funzionari ed esponenti governativi a vario titolo.

E viene  da pensare, ironicamente, ai grattacapi che qualche politico nostrano avrebbe se tale metro di giudizio fosse applicato anche alle nostre latitudini: non vorremmo vedere un Quadri o un Bühler, per citare alcuni particolarmente avvezzi alla pratica, essere costretti a fronteggiare orde di commentatori inferociti senza potersi rifugiare dietro il sacro strumento del ban. Roba da assumere un social media manager: son posti di lavoro che si creano, magari ci si può fare un pensierino?

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