Annie Ernaux, l’identificazione fra mamma e figlia

La Ernaux, con il suo «Una donna» riesce ad arrivare dove nessuno mai, alla descrizione che diventa identificazione. Tra madre e figlia.

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«Mia mamma è morta lunedì 7 aprile»: questo il brutale inizio del romanzo «Una donna», di Annie Ernaux. Siamo al primo pugno in pancia, forte ma …già ricevuto. Infatti un qualcosa di simile si era percepito, anni e anni fa, all’inizio di un altro libro francese, il capolavoro «Lo straniero», del 1942, di Albert Camus («Oggi la mamma è morta»… questo l’incipit usato dal premio Nobel). Nemmeno i contesti fra i due testi iniziali cambiano tantissimo, per Camus era un ospizio, per la Ernaux una casa di riposo.

In poche parole: ci vuole un bel coraggio a scalfire la prima pagina bianca di un nuovo libro in questo modo, ammettiamolo. Eppure, eppure il viaggio della pluripremiata autrice francese, in patria venerata, ha una sua ragione di essere. Infatti lei non ama compiacere il lettore ma preferisce praticare la verità, o almeno quello che a lei appare come tale. Anche se dura, anche se brutale, la verità va descritta e narrata. A partire da subito e per continuare poi.

Il racconto di una vita è fatto di azioni, momenti, mini-storie personali, piccoli accadimenti, avvenimenti storici, ecc… . La Ernaux vuole raccontare la storia di sua mamma, addirittura ricorrendo a situazioni remote (qui ricorda un po’ la Younrcenar…, per contenuti, sia chiaro!). Nulla di strano, viene da pensare. Ciò nonostante il lettore si ritrova subitaneamente al centro di un meccanismo affascinante. Perché, un po’ improvvisamente e un po’ palesemente, immagini e piani si sovrappongono e si fondono. In un gioco di specchi duro e affascinante. La voce narrante che osserva si ritrova ad essere osservata, la protagonista è una ma anche due: mamma e figlia. In tutte le fasi della vita… dall’adolescenza che la mamma non vuole, all’essere donna che la figlia rifiuta. La vita contadina di stenti, poi quella proto-operaia, ancora il tentativo di affermazione con un piccolo negozio di paese, e la seconda guerra mondiale…. Ne accadono tante ma questo confronto simbiosi non trova soluzione. Almeno fino a quando non viene «fissato» sulla pagina bianca, dalla scrittura. «Scrivo per me», ammette l’autrice.

Grandissima quanto efficace la scrittura della Ernaux: nutrita da tantissime frasi semplici (e dunque con poche subordinate) si appoggia su di un basamento lessicale quasi elementare. Pur tuttavia il lettore rimane spiazzato, incantato, commosso. Perché scrittura e vita, come mamma e figlia, diventano un tutt’uno dopo essersi reciprocamente alimentate. Con gli opposti che ammiccano, come è in fondo l’esistenza: pronta ad incantarti e, un attimo dopo, a bastonarti senza pietà. Quello che conta, per l’autrice francese, è riuscire a mantenere quella rotta fatta di onestà intellettuale, in special modo nei confronti di sé stessi. Dunque con schiettezza (mai urlata e mai sussurrata: vera!) la Ernaux riesce persino a proporre una sorta di indicazione morale, e forse è questo il segreto del suo grande successo. Un bel libro, che si apprezza nella lettura e si assapora il giorno dopo, quando sedimenta e si confronta con altri testi… .

 

«Una donna» , di Annie Ernaux, 1987, ed. L’orma, 2018, tradotto da Lorenzo Flabbi, pag. 99, Euro 13,00.

 

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