Bewar che smuove le coscienze

Il giovane parrucchiere curdo iracheno rifugiato che ha ricevuto un decreto di espulsione dopo dieci anni in Ticino sta riuscendo a creare uno scudo di solidarietà intorno a sé. Illudersi che ciò faccia vedere con altri occhi, più umani e gentili, il problema delle migliaia di rifugiati che attraversano il Mediterraneo come falene impazzite che seguono una lampadina è pura fantasia. Le falene continueranno a bruciarsi contro i bulbi di vetro luminoso e rovente e le schiere di erranti si adageranno sul fondo del mare.

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Questo piccolo curdo dagli occhi azzurri, Bewar Omar sta riuscendo dove molti altri, meno fortunati e più disperati hanno fallito. Smuovere le coscienze, dare una scossa alla politica, alla gente. Il giovane parrucchiere curdo iracheno rifugiato che ha ricevuto un decreto di espulsione dopo dieci anni in Ticino sta riuscendo a creare uno scudo di solidarietà intorno a sé.

Illudersi che ciò faccia vedere con altri occhi, più umani e gentili, il problema delle migliaia di rifugiati che attraversano il Mediterraneo come falene impazzite che seguono una lampadina è pura fantasia.

Le falene continueranno a bruciarsi contro i bulbi di vetro luminoso e rovente e le schiere di erranti si adageranno sul fondo del mare.

Bewar dalla sua ha dei vantaggi oggettivi, duro a dirsi ma è la realtà: non è nero, ha gli occhi azzurri, non ha nemmeno vaghi tratti semitici o mediterranei. È integrato perfettamente da noi con un lavoro, ha una fidanzata e degli amici. Fa un mestiere, il parrucchiere, che gli permette di vivere decorosamente e di parlare con le persone, di raccontare la sua storia.

Ecco il perché della levata di scudi popolare alla decisione dell’Ufficio Federale della Migrazione di dargli un bel pedatone nel sedere dopo dieci anni in Svizzera.

La politica si era già mossa, ma oggi è Fabio Regazzi, che con un insospettabile guizzo di umanità, pone al governo federale delle domande, soprattutto paragonando il mancato rimpatrio di tre iracheni condannati nel 2016 per sostegno al terrorismo, con il nostro piccolo curdo mani di forbice. Ecco l’interpellanza:

“Chiedo al Consiglio federale:

1) Perché l’art. 25 cpv. 3 della Cst. che vieta l’allontanamento di tre jihadisti iracheni non viene applicato per gli altri richiedenti l’asilo iracheni, tra cui pure dei curdi fuggiti a seguito di persecuzioni subite?

2) Come spiega l’incongruenza tra la decisione di non espellere i tre iracheni condannati per jihadismo con quella di espulsione dei richiedenti l’asilo iracheni incensurati e ben integrati

3) Non ritiene che con questa decisione si penalizzano i rifugiati che si integrano nella nostra società, lavorano e si rendono economicamente indipendenti, mentre si incita il comportamento criminale di chi attenta alla nostra sicurezza, ne disprezza i valori democratici, e di chi rimane a carico della collettività?

4) In base a quali criteri la SEM ha deciso il rinvio in Iraq – ritenendolo Paese sicuro – dell’iracheno di origine curde, mentre il DFAE ritiene la medesima regione rischiosa, sconsigliandone a noi svizzeri i viaggi, inclusi nella regione del Kurdistan?

5) Occorre desumere che l’Iraq è diventato forse Paese sicuro per i curdi perseguitati, ma rimane pericoloso per i cittadini svizzeri? Se sì, come mai e in base a quali informazioni concrete?”

No, Regazzi, come ben sai, le politiche federali per i rimapatri sono spesso cieche e ottuse. Il pericolo di un Paese viene deciso spesso arbitrariamente, come per l’Eritrea (leggi qui), quando non si accettano addirittura le false assicurazioni di regimi totalitari. Una cosa che sfiora il ridicolo.

Oggi il nostro Bewar rischia di essere rispedito laggiù, sta a noi e alla nostra politica, per una volta, mostrare i muscoli, non solo con la Fallitalia o la vituperata UE, ma anche con chi esegue, in casa nostra, delle crasse ingiustizie basate su leggi che noi stessi abbiamo votato.

Rimane l’enorme amarezza per le decine di rifugiati, brava gente, integrata, che però non è riuscita ad avere tutti i “vantaggi” (inconsapevoli ovvio) del nostro Bewar.

Per loro solo il ricordo malinconico di non essere riusciti ada accoglierli come avrebbero meritato. Per loro solo il rimpianto di non avercela fatta.

 

 

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