Correva l’anno dei Mondiali

Vedere quel drappo – inopportuno e inammissibile – dopo anni di scuola e d’insulti e pressioni subite fu liberatorio. Perché a volte basta giusto una bandiera e forse un’aquila a scaricare la rabbia e ripianare qualche torto, anche solo presunto.

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Era l’estate del 1982. La formazione: Zoff in porta, poi Bergomi, Cabrini, Gentile, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli e in attacco il grandissimo Paolo Rossi con i suoi gol di rapina in area. I Mondiali di calcio allora si giocavano in Spagna. E per un bambino di dieci anni vedere la squadra del cuore vincere la Coppa del Mondo dopo aver battuto Germania, Polonia e Argentina, ma soprattutto il mitico Brasile, fu un emozione fortissima.

Una gioia che temo non si ripeterà mai più con quell’intensità lì, anche perché vedere gli Azzurri riconquistare il titolo di Campioni 24 anni dopo, con la complicità di una testata di Zidane a Materazzi, non ha avuto esattamente lo stesso effetto. Ora, cosa c’entrino i ricordi di un bambino che ormai va per i cinquanta è lecito chiederselo. Soprattutto se consideriamo che in Russia, l’amata Italia non c’è neppure arrivata e anche a giusta ragione.

Le polemiche del momento sono altre. A scorrere sono i fiumi di parole e d’inchiostro per le aquile di Xhaka, Shaqiri e Lichtsteiner. Un gesto con il quale hanno rischiato due turni di squalifica da parte della FIFA. Uno spauracchio che, per fortuna, si è sgonfiato quasi subito. Per i tre giusto una multa e poco altro. Anche se c’era già chi si era preparato al peggiore degli scenari, con tanto di cilicio e croce pronta per quello che si prospettava come un possibile calvario d’espiazione per aver osato tanto.

Uno sfottò, quello fatto dai giocatori della Nazionale svizzera, della nostra Nazionale e ormai anche mia dato che, nel frattempo, mi son ritrovato orfano degli Azzurri e ad avere un passaporto rossocrociato – e solo quello – non certo perché in odore d’elezione in Consiglio Federale, che qualcuno però si ostina a definire inopportuno. Inadeguato. O addirittura inammissibile.

Un gesto che a me, ripensandoci, ne ha fatto affiorare alla mente un altro simile che accompagnò l’esplosione di gioia e di festa dei Mondiali dell’82. A Bellinzona, nottetempo, in cima alla Chiesa Collegiata all’epoca in ristrutturazione, qualcuno piantò un bel bandierone tricolore facendo incazzare e di parecchio molti fra quelli che pochi anni dopo sarebbero diventati il popolo della Lega, i suoi fedelissimi.

Quelli erano anni in cui a scuola, per i figli degli italiani (e non solo per loro), alle elementari e alle medie, durante la ricreazione si finiva puntualmente a fare a botte per un “italiano di merda” o altre amenità del genere. Una poco amichevole Svizzera- Italia, giocata a calci, sputi e pugni. E allora ecco che ripensando a quel bandierone di quand’ero bambino non posso che chiedermi se anche quella sia stata un’azione “politica” o solo una goliardata? O magari tutt’e due le cose. Lascio a voi decidere.

Certo è che non cogliere la valenza e il senso di un aquila o di un bandierone tricolore che sventolava gonfiato dal vento nel cielo blu della Turrita, vuol dire negare la natura aggressiva, territoriale e attaccabrighe insite in ogni essere umano e nelle comunità che quest’ultimo costituisce arbitrariamente in giro per il globo terracqueo.

Così, finché i ricordi di “guerra” della mia generazione e di quelle a seguire saranno questi vorrà dire che un’altra guerra mondiale con milioni di morti e di feriti sarà scongiurata e ancora di là da venire. Perciò, almeno quando si giocano i mondiali lasciateci gioire e sfogare. Italiani, turchi, spagnoli, portoghesi, albanesi, kosovari, croati, serbi o svizzeri poco importa. Vedere quel drappo – inopportuno e inammissibile – dopo anni di scuola e d’insulti e pressioni subite fu liberatorio. Perché a volte basta giusto una bandiera e forse un’aquila a scaricare la rabbia e ripianare qualche torto, anche solo presunto.

 

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