I Rom svizzeri e la politica del silenzio

Mentre il nuovo governo italiano minaccia le ruspe contro nomadi e migranti, la Svizzera adotta la politica del silenzio nei confronti degli 80.000 Rom presenti nel Paese.

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Il nuovo governo italiano, nato nel segno della ruspa salviniana, ha promesso di fare pulizia: prima verranno i migranti, per i quali «è finita la pacchia» dei lavoretti a tre euro l’ora tra i filari di pomodori del Sud; poi toccherà ai Rom e ai Sinti, gli eterni «diversi», persone non grate in tutta Europa. I primi risultati di queste bellicose promesse già si possono vedere: in Calabria qualcuno ha deciso di passare all’azione uccidendo a fucilate il giovane sindacalista del Mali, Soumayla Sacko. Nella civilissima Torino, invece, sono arrivate le ruspe per sgomberare il campo Rom di Corso Tazzoli.

Sembra che l’Italia razzista e xenofoba non aspettasse altro che un segnale perchè si aprissero finalmente le chiuse dell’odio. Ma in questo panorama devastante una voce si è levata per parlare alla coscienza di tutti: quella della Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz.

“Mi rifiuto di pensare – ha dichiarato – che la nostra civiltà democratica sia sporcata da leggi speciali nei confronti di Rom e Sinti: se accadrà mi opporrò con tutte le forze”.

Ma non c’è bisogno di leggi speciali per colpire i Rom, una popolazione di 12 milioni di persone in Europa che non ha mai fatto una guerra e che è stata decimata nei campi di sterminio nazisti.

Basta ignorarli.

Come ha deciso di fare la Svizzera.

Lo scorso primo giugno con un comunicato stampa il Dipartimento federale degli Affari esteri annunciava che – dopo aver vagliato la richiesta fatta dalle associazioni Rom svizzere – la Confederazione aveva deciso di non attribuire a questa popolazione lo statuto di minoranza nazionale.

Nel 1988 il Consiglio d’Europa ha approvato la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali, una convenzione internazionale che ha lo scopo di difendere la cultura dei popoli minoritari all’interno dei vari stati europei. In quello stesso anno la Svizzera ha accolto la convenzione (con una serie di limitazioni) e ha riconosciuto lo statuto di minoranze nazionali a ebrei, Jenisch e Sinti. Ma ai Rom no. Perché?

Nel comunicato diffuso il primo giugno il DFAE scrive: «Se i criteri della nazionalità svizzera e della volontà di preservare insieme l’identità comune non sono adempiuti in misura sufficiente, non risulta soddisfatto nemmeno quello dei legami antichi con il Paese».

Tre righe che hanno fatto sobbalzare le associazioni che si sono battute per il riconoscimento dei Rom da parte della Confederazione, come la Societé pour les peuples menacés o la Rroma Foundation, secondo le quali si tratta di una decisione scandalosa. I Rom in Svizzera sarebbero circa 80.000, di cui un terzo avrebbero la nazionalità del nostro Paese. Il condizionale è d’obbligo, dal momento che stabilire le cifre esatte è impossibile se non sulla base di stime basate sulla presenza di questa popolazione nel resto dell’Europa.

E qui c’è uno dei nodi veri della questione: fino al 1972 ai Rom era proibito entrare nel nostro paese, con tutto quello che questo ha significato in termini di respingimenti alle frontiere, per esempio durante la seconda guerra mondiale.

Ma come sempre succede, le leggi non fermano i movimenti migratori, soprattutto se la gente scappa dalla guerra e dalla persecuzione. Così sono state quattro le ondate migratorie che hanno portato illegalmente i Rom a stabilirsi nel nostro Paese: a fine Ottocento; prima della Prima guerra mondiale; negli anni Sessanta in fuga dal socialismo reale e infine negli anni Novanta con la guerra in Kosovo.

Ma proprio perchè illegali in Svizzera, queste persone non hanno mai rivelato la loro identità culturale, per timore di subire ripercussioni e venire discriminate, sul lavoro, nella scuola, nella vita quotidiana. E’ dunque difficile stabilire la cifra esatta della loro reale presenza in Svizzera, proprio a causa della paura ad ammettere le proprie origini. E qui si rivela tutto il cinismo della Confederazione che – per concedere loro lo statuto di minoranza nazionale – chiede ai Rom di dimostrare un lungo rapporto storico con la Svizzera. Ciò che equivarrebbe ad ammettere una lunga presenza illegale e porterebbe di conseguenza a una loro criminalizzazione.

Eppure i Rom, a detta delle organizzazioni che ne difendono i diritti nel nostro paese sono dappertutto: sono medici, architetti, guardie carcerarie e la prova che si sono bene integrati è che di loro non si sente mai parlare. I Rom svizzeri non sono infatti quelli che incrociamo ogni tanto in qualche area di sosta con le roulottes e i bambini che giocano allegramente all’aperto: tutti i Rom svizzeri sono sedentari.

Nel corso dei decenni essi hanno imparato a nascondere la propria identità culturale e a parlare la loro lingua – il Romanés – soltanto in famiglia o con gli amici; mai in pubblico. Una situazione che ricorda quella dei bambini degli immigrati italiani che nel Secondo dopoguerra venivano segregati in casa perché avevano seguito i loro genitori illegalmente nel nostro Paese.

Una decisione, quella della Confederazione, che costringe i Rom svizzeri a un futuro di silenzio e impedisce a noi, che Rom non siamo, di conoscere la cultura e la lingua di una parte consistente dei nostri concittadini. Il riconoscimento come minoranza nazionale avrebbe permesso di proteggere meglio la lingua Rom e di lottare in modo più efficace contro ogni forma di razzismo nei loro confronti.

Come diceva Lord Acton, liberale e cattolico inglese, «La prova più sicura per giudicare se un paese è davvero libero è il grado di sicurezza goduto dalle minoranze».

Ma noi abbiamo deciso di guardare altrove. E a volte il silenzio uccide più delle ruspe.

 

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