Il manifesto di Bobby

Robert Kennedy fu ucciso a revolverate a Los Angeles nella notte tra il 5 e il 6 giugno. Con lui si spense anche il sogno di un’America più giusta, capace di tenere testa a coloro che, guidati da una mera logica di profitto, tiravano e tirano i fili dell’economia mondiale.

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Era il 18 marzo di cinquant’anni fa quando, tre mesi prima che venisse assassinato, di fronte a un pubblico di studenti universitari, Robert Kennedy disse ciò che davvero pensava della crescita economica degli Stati Uniti. Ma, in fondo, stava parlando anche del nostro sistema, del modello su cui poggia l’intera economia occidentale costretta a una continua e costante crescita.

Una crescita per certi versi del tutto scriteriata e folle che, a cinquant’anni di distanza, viene ancora misurata attraverso il PIL, il prodotto interno lordo. Un indicatore che, stando a ciò che ci raccontano gli economisti, indicherebbe lo sviluppo e il benessere di una nazione. Ma fu proprio Bob Kennedy, Bobby per gli amici più intimi e per i suoi cari, che contestò pubblicamente quest’assioma, mettendo in dubbio la direzione e il modo, il modello che sta alla base del nostro vivere.

Bobby si candidò alle elezioni presidenziali nell’anno in cui il mondo stava cambiando, quel Sessantotto animato dalle rivolte studentesche al di qua e al di là dell’Oceano. “Amore, saggezza, solidarietà per coloro che soffrono, giustizia per tutti, bianchi e neri”, furono queste le sue parole all’indomani dell’omicidio di Martin Luther King. Parole in grado di riassumere il pensiero di un sostenitore dei diritti civili e della pace in Vietnam, posizione in netto contrasto con quella del presidente Lyndon Johnson.

Fu ucciso a revolverate a Los Angeles nella notte tra il 5 e il 6 giugno. Con lui si spense anche il sogno di un’America più giusta, capace di tenere testa a coloro che, guidati da una mera logica di profitto, tiravano e tirano i fili dell’economia mondiale. Ed è proprio con le parole di quel suo celeberrimo discorso diventato poi un manifesto – peraltro tuttora attualissimo – che noi del GAS vogliamo ricordarlo in occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte.

“Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato all’eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il PIL mette in conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.

Americani, o meglio ancora, “orgogliosi di essere cittadini del mondo”. Un’affermazione rispetto alla quale, Bobby, sarebbe stato certamente d’accordo.

 

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