L’accesso a Internet è un diritto umano?

La realtà è che Internet ormai è parte integrante della nostra vita, qualcosa di irrinunciabile o, almeno, qualcosa senza cui si vivrebbe molto peggio. Tutto ciò però è sufficiente a considerarlo un diritto fondamentale dell’uomo? In un’epoca in cui si nega l’accesso ai porti ai migranti privandoli di cure, cibo e alloggio e, di fatto, di diritti umani, e in cui 5 milioni di persone vivono in povertà assoluta, considerare diritto “primario” l’accesso in Rete suona come un paradosso.

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La recente proposta di Luigi Di Maio di garantire 30 minuti di accesso gratuito “statale” ad Internet ha suscitato non poche perplessità. Il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico italiano ha indicato come priorità del nuovo governo la concessione da parte dello Stato di almeno mezz’ora di navigazione in Rete gratis per coloro che non possono permetterselo. Secondo Di Maio, infatti, la Rete è al centro del cambiamento e la sua fruizione è un diritto primario per ogni cittadino.

Questa proposta senza dubbio inedita è stata accolta con diffidenza perché giudicata una mossa insufficiente per la “sfida digitale” che l’Italia, Paese tra i meno digitalizzati nell’Unione Europea, è chiamata ad affrontare nei prossimi anni; ma anche con ironia, incassando un tweet canzonatorio persino da Netflix.

Sicuramente non stupisce che una simile proposta sia stata avanzata proprio da Di Maio: i grillini sono nati grazie ad Internet, hanno diffuso le loro idee tramite blog e pagine Facebook e hanno persino brevettato una piattaforma virtuale per votare, creando una sorta di “democrazia diretta digitale”. Tuttavia, l’idea che l’accesso ad Internet sia un diritto fondamentale l’aveva già avuta qualcun altro prima del ministro ed è addirittura sancita in una risoluzione ONU.

Nel 2011, infatti, un rapporto delle Nazioni Unite aveva inserito l’accesso ad Internet tra i diritti umani. Secondo lo Special Rapporteur Frank La Rue, che ha redatto il documento, nternet è ormai un mezzo indispensabile per combattere l’uguaglianza e accelerare lo sviluppo e il progresso. Inoltre, la Rete può essere uno strumento di aiuto nella protezione e accesso ad altri diritti fondamentali, come l’istruzione e la partecipazione alla vita culturale, favorire i progressi scientifici e contribuire alla crescita economica, sociale e politica dell’intero genere umano.

Internet, secondo l’ONU, è rivoluzionario perché, diversamente da tv e giornali, è un mezzo interattivo che permette non solo la condivisione di informazioni ma anche la “collaborazione per la creazione di contenuti”. Ciò rende le persone non più soggetti passivi, ma creatori attivi di informazioni. E se ciò ha degli aspetti negativi, come la creazione di fake news di ogni genere, la diffusione di disinformazione medica, si pensi alle false diagnosi in Rete o al terrore ingiustificato dei vaccini, ha anche aspetti positivi. Molte rivoluzioni, come la primavera araba avvenuta proprio nell’anno della stesura del rapporto ONU, sono state facilitate dalle informazioni condivise via Internet. E la Rete è particolarmente importante in quei Paesi in cui la stampa e la televisione non sono liberi. Allo stesso modo, rivelazioni che hanno squarciato il velo su scandali, come Wikileaks, sono state possibili grazie ad Internet.

Anche se la proposta di Di Maio può sembrare inutile a fronte delle sfide più grandi che l’Italia deve affrontare, prima fra tutte la povertà e il mercato del lavoro, non si può negare che ormai Internet è fondamentale nella vita di tutti i giorni. Per molti di noi sarebbe impensabile lavorare o anche solo cercare lavoro, comunicare, informarsi, cercare strade, imparare a cucinare, guardare film e serie tv senza Internet.

La realtà è che Internet ormai è parte integrante della nostra vita, qualcosa di irrinunciabile o, almeno, qualcosa senza cui si vivrebbe molto peggio. Tutto ciò però è sufficiente a considerarlo un diritto fondamentale dell’uomo? In un’epoca in cui si nega l’accesso ai porti ai migranti privandoli di cure, cibo e alloggio e, di fatto, di diritti umani, e in cui 5 milioni di persone vivono in povertà assoluta, considerare diritto “primario” l’accesso in Rete suona come un paradosso.

 

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