L’estate di Napoleone – Capitolo I

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La nostra agenda settimanale va in vacanza. Almeno per qualche settimana. Ma niente paura. Gaszebo si fa racconto. Per i prossimi otto venerdì vi proporremo otto episodi di un’unica grande storia, otto tessere di un mosaico che man mano si comporrà attorno a un mistero a cavallo fra il borgo catalano di Alghero, l’Isola d’Elba e la Svizzera. “L’estate di Napoleone“ il titolo. Iniziamo con il primo capitolo scritto da Nicolao Vintgras. (Mirko Merk)

Il golfo di Portoferraio si apriva davanti a Angela mentre il traghetto si avvicinava all’isola: appoggiata al parapetto del ponte superiore la donna, vestita di una maglietta di cotone bianca leggera e di un paio di jeans, osservava la città avvicinarsi. La vecchia fortezza medicea annidata sulla collina; i gabbiani in volo sugli scogli a picco sul mare; gli Yacht ormeggiati al porto turistico, tutto era rimasto uguale. Dietro al promontorio i ricordi di una spiaggia dove aveva passato le estati della sua infanzia a contare i ciottoli bianchi, bagnati da un mare turchese, senza fine.

Ma non stava tornando all’Isola d’Elba per piacere: pensò alla telefonata un po’ imbarazzante ricevuta due giorni prima a Zurigo dal suo ex professore, Brancati, che non sentiva da almeno due anni. “Buongiorno signorina – usava ancora quell’appellativo caduto ormai in disuso, era un suo vezzo – mi scusi del disturbo ma… devo chiederle un favore. E’ molto importante per me…”. Era seguita una conversazione sbrindellata, fatta di spezzoni di frasi e silenzi imbarazzati. Angela aveva ascoltato con l’attenzione che si deve a un vecchio Maestro, che così importante era stato per lei durante gli anni dell’Università.

Brancati, da quando era andato in pensione dall’Università di Bologna dove insegnava Storia Moderna, si era trasferito a Portoferraio, inseguendo lo spettro che lo aveva abitato durante tutta la sua carriera di studioso: quello di Napoleone e del suo Impero in miniatura, ricreato durante dieci mesi sulla piccola isola battuta dal Maestrale.

Dalla telefonata Angela aveva capito soprattutto una cosa: Brancati era in difficoltà, aveva bisogno di aiuto. Le chiedeva di raggiungerlo all’Elba. Le aveva vagamente fatto capire che stava succedendo qualcosa, che non si sentiva al sicuro e che c’entravano i suoi studi.

Il traghetto stava per accostare al molo e i passeggeri erano pronti a scendere. La brezza marina accoglieva i turisti portando odore di sale e i rumori della città; il suono della sirena. Angela aveva deciso di partire per l’Elba per dovere di amicizia nei confronti del suo ex professore. E poi era giugno, non aveva esami da tenere nè una famiglia alla quale badare e cambiare un po’ i pensieri con un viaggio sul Mediterraneo le avrebbe fatto bene.

Quando mise i piedi sul molo la sera stava arrivando e i passeggeri si sparpagliarono velocemente, diretti alle loro destinazioni. Angela riconobbe subito la piccola e tozza figura di Brancati, camicia e calzoni corti, scarpette da vela ai piedi, faccia tonda con una calvizie incipiente. Le fece un cenno, si avvicinò. Si baciarono un po’ imbarazzati, “solo due!” pensò Angela.

Un sorriso abbozzato apparve sulla faccia tirata dell’uomo e scomparve subito. Angela percepiva la fretta nei modi di Brancati, di solito così rilassato e pronto alle chiacchiere. Tra le mani teneva stretto un malloppo avvolto nella carta da pacco e tenuto insieme da due giri di spago.

“Grazie per essere venuta”, furono le sue prime parole. “Professore…” cercò di dire Angela, ma lui la stava già trascinando verso un baretto in fondo al molo: “Venga, non c’è tempo”, disse lui per tutta risposta.

“Nel 2013 sono scomparsi 72 volumi della biblioteca privata di Napoleone, conservati alla Villa dei Mulini, una delle sue residenze. Si credeva fossero stati rubati, ma qualche giorno fa sono stati ritrovati dai Carabinieri”. Angela guardava il viso del suo ex professore, teso nello sforzo di raccontare il più velocemente possibile una vicenda complessa. Nel bar alcuni avventori bevevano un aperitivo, tra vecchie foto di Portoferraio e quadri con nodi marinareschi appesi alle pareti. L’inquietudine di Brancati si era fatta strada fino a lei, che ora si piegava in avanti per non perdersi una parola del racconto, sussurrato a mezza voce dall’uomo.

“Il fatto è che di quei volumi ne sono stati ritrovati soltanto 63.  Non c’è bisogno che ti spieghi il valore di questi libri, non solo dal punto di vista storico”. “E gli altri nove?”, chiese Angela interessata. “Per questo ti ho chiesto di venire”, rispose Brancati, indicando il malloppo appoggiato sul tavolo tra loro. “Sono qui dentro”. Angela guardò il pacchetto, poi il suo ex professore, con un’espressione interrogativa. “Ora non posso spiegarti come sono arrivati fino a me. Ti ho chiesto di venire perché tu li  portassi via da qui, il più lontano possibile. Prendi questo pacchetto e riparti, subito. C’è l’ultimo traghetto alle 21”. Senza darle possibilità di replica, Brancati si alzò, pagò e si diresse verso l’uscita. Angela, rimasta immobile per la sorpresa fece appena in tempo a prendere il pacchetto, ad alzarsi e a rincorrere l’uomo, già fuori dalla porta. “Professore! Ma le pare il modo?”, “Angela, non c’è tempo, io sono in pericolo, tu devi partire al più presto”. “In pericolo? Perchè?” chiese la donna stupita. “Questi volumi per qualche motivo sono piuttosto importanti per qualcuno…”, “Per chi? E perchè?”, “Non c’è tempo… sono dei fanatici, si fanno chiamare ‘Petite armée’, il piccolo esercito”. Brancati le girò le spalle e a passi rapidi voltò l’angolo. Ora Angela era sola, completamente disorientata, con un pesante malloppo di libri sotto il braccio. Chissà perchè pensò che non avrebbe mai più rivisto Brancati.

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