Meno disoccupati, meno qualità del lavoro

Negli ultimi due decenni alcune cose importanti sono cambiate. A cambiare è stato soprattutto il lavoro che è diventato sempre più “flessibile” e precario. È vero che il tasso di disoccupazione è basso, ma bassa è anche – spesso – la qualità del lavoro non solo dal punto di vista salariale, ma anche di quello della “gratifica morale” e della valorizzazione dell’individuo.

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I dati sulla disoccupazione ticinese sono ai livelli minimi, 2.5%. Per capire l’importanza di questo dato basti pensare che gli economisti hanno introdotto il concetto di tasso naturale di disoccupazione, che negli Usa, per esempio, è fissato attorno al 5%. Questo tasso stabilisce che in un sistema economico ci sono sempre persone che vari motivi sono senza lavoro: perché hanno terminato la formazione e sono alla ricerca di un’occupazione, perché hanno deciso di cambiare lavoro, eccetera. Il fatto che siano praticamente a un tasso che è la metà di quello “naturale” è quindi un aspetto positivo? Sì e no. Sì, perché i dati della Seco, mostrano che in Ticino perlomeno il numero di persone con diritto ai sussidi di disoccupazione è in calo. No, perché il dato Seco è parziale siccome considera appunto solo le persone iscritte agli uffici di disoccupazione, con diritto di sussidio, ma non calcola coloro che hanno terminato il periodo di indennità senza trovare un impiego o coloro che lavorano a tempo parziale e che vorrebbero lavorare di più.

Questo dato viene calcolalo dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) che è circa il doppio di quello “ufficiale” della Seco (a fine 2017 era del 5,4%).

Questi dati però ci dicono anche altre cose interessanti. In primo luogo, che la propaganda politica che continua a ripetere che i frontalieri rubano il lavoro “ai nostri” non è poi così vera. Anche l’affermazione che il numero di persone in assistenza sia drasticamente aumentato non è corretta. Il loro numero era a fine 2017 di 8077 persone (compresi 1862 minorenni), il che rappresenta il 2,3% della popolazione residente, un dato questo inferiore alla media nazionale (si veda Il Caffè del 17 giugno).

Questa, tuttavia, non è che una faccia della medaglia. L’altra faccia ci lascia intravvedere una realtà più complessa. Innanzitutto, c’è una reale pressione al ribasso dei salari indigeni dovuta all’elevato numero di frontalieri? Per una risposta bisogna attendere l’elaborazione definitiva, da parte dell’Ufficio federale di statistica, dell’inchiesta sui salari 2016. Le serie precedenti indicano che questa pressione non è così evidente e che non si possono avanzare conclusioni definitive e semmai la pressione si registra soprattutto sui salari elevati. Per ora abbiamo un solo dato chiaro e cioè che il divario in termini di salario mediano con il resto del Paese non si è ridotto e continua ad essere attorno ai 1000 franchi mensili.

Ma allora a cosa è dovuto il disagio che si percepisce regolarmente sia tra i politici sia tra la popolazione? Il fattore propaganda non è da escludere: il tema è facile, fa presa e assicura consensi e soprattutto serve a nascondere i problemi reali.

Negli ultimi due decenni alcune cose importanti sono cambiate. A livello cantonale abbiamo assistito a un’erosione del benessere della cosiddetta classe media, che ha visto il proprio reddito reale stagnare se non addirittura diminuire (basti considerare l’impatto dei costi della salute sui bilanci familiari). Parallelamente, la politica degli sgravi fiscali non ha portato a nessun risultato tangibile se non quello di ridurre le risorse della Stato – che però rimane generoso verso coloro che necessitano di aiuto sociali – con conseguenze dirette e indirette sulla crescita economica del Cantone.

Ma a cambiare è stato soprattutto il lavoro che è diventato sempre più “flessibile” e precario. Non è certo necessario entrare nei dettagli perché sotto gli occhi di tutti. Basti pensare al fatto che oggi si ricorre spesso alle agenzie interinali, che rappresentano un vantaggio per le aziende, ma certamente non per gli operai; ai lavori in subappalto a ditte estere che sfuggono ai controlli e ai cosiddetti lavori della gig economy, l’economia dei lavoretti, sottopagati e senza garanzie.

In conclusione, quindi è vero che il tasso di disoccupazione è basso, ma bassa è anche – spesso – la qualità del lavoro non solo dal punto di vista salariale, ma anche di quello della “gratifica morale” e della valorizzazione dell’individuo.

 

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