Pearl Jam a Milano, un’orgia di emozioni.

La band di Seattle, con un Vedder giù di voce ma motivatissimo, regala una serata incredibile ai 60mila dell’I-Days di Milano

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Un’orgia di emozioni senza la melassa dell’autoammirazione. Così, probabilmente, il buon Armando Ceroni definirebbe il concerto dei Pearl Jam all’I-Days di Milano venerdi sera.

C’era un misto di tensione e ansia dell’attesa di sapere se a Eddie Vedder era tornata la voce dopo l’annullamento del concerto di Londra o se sarebbe stata una lunga agonia. E fin dall’inizio i dubbi si sciolgono: Vedder annuncia (nel consueto, esilarante italiano letto dal foglietto) che avrebbero suonato la prima canzone del loro primo concerto a Milano di 26 anni fa, parte l’arpeggio di “Release”. E subito è sorpresa, ci si guarda in faccia, abbiamo sentito bene? Le prime strofe sono cantate in italiano! “Ho bisogno del vostro aiuto, ho bisogno della vostra voce”. È una confessione di umana debolezza, mai vista forse da parte di una star di questo calibro: e allora poco importa se poi saltano le strofe, se Vedder manca gli acuti, se sembra arrancare e non stare per nulla bene. E altro che i fischi e le proteste che uno si aspetterebbe, no, all’improvviso siamo in 60mila a sostenere Eddie, a cantare con lui, a cantare PER lui, al posto suo. E Vedder apprezza, e dimostra ancora una volta il suo amore per l’Italia: “Non sono il miglior cantante del mondo, ma Milano tira fuori il meglio di me. Stasera canteremo insieme, stasera sarete nella band”.

E cavolo, se abbiamo cantato, accompagnati da una band strepitosa, bisogna dirlo, con il chitarrista Mike McCready assoluto protagonista a tenere in piedi la baracca, riempiendo con meraviglie chitarristiche i tempi di una scaletta con meno brani del solito. Già, i brani: una fra le migliori selezioni in assoluto (e di live dei Pearl Jam, fidatevi, ne ho ascoltati parecchi), ricca di brani del repertorio degli anni ‘90, il periodo d’oro della band, con qualche rarità come “Footsteps” e “Mankind” con il compassatissimo Stone Gossard alla voce, e poi la scossa finale con i grandi classici da cantare a squarciagola (e le mie tonsille sono ora, forse, da qualche parte nel cielo di Milano), “Black” (lacrimoni a go-go) e “Alive” per chiudere con la storica cover di “Rockin’ in the free world” di Neil Young e l’enigmatica “Yellow Leadbetter”.

In mezzo, un momento che non capiterà in altri concerti: Vedder, sempre in italiano, ricorda che proprio a Milano, 18 anni fa in quello stesso giorno, durante uno dei migliori concerti della band, ha conosciuto la persona che sarebbe poi diventata sua moglie e madre dei suoi figli, e la invita sul palco per festeggiare l’anniversario. E Jill McCormick sale, e lancia un messaggio chiarissimo, indossando una  giacca con su scritto “Yes, we all care. Don’t U?” (A noi tutti interessa, a te no?), in risposta a quella indossata da Melania Trump in visita ai bambini migranti messicani, su cui era scritto “I don’t care, do you?” (A me non interessa, a te?”), giudicata ampiamente fuori luogo dai media. E parte il brindisi coniugale, la pioggia di spumante sul pubblico, il bacio.

Finisce così, con Eddie Vedder che, occhi lucidi per l’emozione e il vino rosso di cui abbonda in concerto, si porta le mani alla gola, ringraziando tutti i 60mila di Milano. E per un momento, forse, abbiamo avuto tutti la stessa percezione: che Vedder, nonostante la carriera quasi trentennale e il (nuovo) successo recente come solista, sia ancora una persona normale, ancora uno di noi.

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