Philip Roth, il crollo del sogno americano

“Pastorale Americana” lascia davvero stupefatti. Nulla è come sembra e la tragedia che va a incombere su di un’esistenza modello americana, personificata da Seymour Levov, detto «lo svedese», un eroe sportivo che ha avuto tutto, è quanto di mai geniale letto.

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Il modo migliore per salutare e onorare uno scrittore appena morto è …leggerlo. O rileggerlo. Anche se Philip Roth, diciamocelo, ogni tanto lo si andava a ripassare così, senza bisogno del suo commiato. In fondo era da un po’ di anni che aveva deciso di non più scrivere. Ma i suoi testi, quelli, restano. E ad ogni mese di ottobre comandato, con l’ approssimarsi dell’assegnazione del premio Nobel, vengono citati. Poi, poi l’ironia della vita decide che Roth muore proprio nell’anno in cui questo premio viene sospeso per via di uno scandalo sessuale… . E’ il massimo, ammettiamolo. Per lui che sull’argomento ha scritto non qualcosa ma parecchio. Provocando scandalo e incomprensione, in special modo dal suo mondo, quello ebraico. Per dirla con Paolo Repetti, il grande capo di Stile Libero-Einaudi e suo correligionario (se così si può dire): «Più ancora di Malamud e di Saul Bellow, Roth ha detto la parola definitiva -non sul sesso la morte il desiderio il caos la famiglia- ma sull’identità ebraica. Ha detto, semplicemente, sconvolgentemente, che non esiste. Esiste la nostalgia dell’identità ebraica. Uno spettro che dura tutta la vita».

Per lui, nei tantissimi coccodrilli pubblicati in tutto il mondo il giorno dopo la sua morte, è stato un festival degli elogi: «Gigante della letteratura», «Sommo scrittore», «L’ ultimo cantore del sogno americano», «L’insoddisfazione esistenziale e il romanzo assoluto», «Fuoriclasse della letteratura in attesa del Nobel»… «Ha lasciato una traccia indelebile nella storia della letteratura americana». Non sono state lacrime di … coccodrillo, questo va detto. Perché lui uno dei sommi della letteratura lo è stato davvero. Perché nessuno come lui ha saputo esplorare in maniera profonda e critica l’identità americana su temi difficili, sfidando l’ipocrisia: sesso, religione e morale, i suoi temi ricorrenti. Appoggiandosi a figure letterarie iconiche e a personaggi oramai leggendari, a partire dal suo alter ego più presente, quel Nathan Zuckerman presente in parecchi suoi romanzi.

Si è accennato alla giustezza del leggerlo. Tra i suoi 24 romanzi, scritti in un arco temporale che va dal 1962 al 2010, ve ne sono tre che meritano una citazione supplementare. Il più bello: «Il teatro di Sabbath», il più innovativo «Lamento di Portnoy» ed il più importante «Pastorale americana». Su quest’ultimo va detto che lascia davvero stupefatti. Nulla è come sembra e la tragedia che va a incombere su di un’esistenza modello americana, personificata da Seymour Levov, detto «lo svedese», un eroe sportivo che ha avuto tutto, è quanto di mai geniale letto. Ad uno ad uno, in un contesto di commedia, tutti i presunti valori costruiti in una vita apparentemente felice, vanno a scomparire. La famiglia, il matrimonio, il patriottismo, il diritto alla felicità: tutti questi pilastri del sogno americano … non ci sono più. E sempre in tono da commedia (questo il tocco geniale!) ecco sullo sfondo arrivare il Vietnam, il femminismo, le nuove generazioni che … . Amore ed odio per l’America e … tanto altro ancora, in 460 pagine. Da leggere, non va aggiunto altro.

 

«Pastorale americana» , di Philip Roth, 1997, Einaudi, 2013, tradotto da Vincenzo Mantovani, pag. 462, Euro 14,00.

 

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