Quel dattero che spezza il digiuno

Non puoi bere, mangiare, fumare o dare bacini dall’alba al tramonto. Il Ramadan ticinese ce l’ha raccontato Naima. Quando l’ho incontrata serviva cibo, ma il suo stomaco era vuoto da 16 ore.

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Desideravo scrivere del Ramadan da due settimane, ma per farlo volevo un piatto da preparare o qualcuno da ascoltare. Stavo per perdere la voglia quando a Bioggio, curiosando tra le bancarelle del festival della cucina etnica, ho letto ‘harira’ e letteralmente sono impazzita. Sì, perché avevo proprio deciso di raccontarvi del menù marocchino durante il digiuno islamico, che quest’anno cade tra il 16 maggio e il 14 giugno (cambia ogni anno perché segue il calendario lunare musulmano). Per fare l’harira mi ero sbattuta per trovare gli ingredienti, ma senza avere successo. Insomma sembrava che la mia laicità mi stesse remando contro, invece ora devo credere nei miracoli.

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“I miei genitori erano contadini e lavoravano sotto il sole senza poter bere un goccio d’acqua”.

Naima è partita dal nord del Marocco quando aveva 18 anni, ha viaggiato in Europa e ormai vive in Alto Malcantone da moltissimo tempo. Quando l’ho conosciuta stava guardando l’orologio per capire quando avrebbe potuto spezzare la fame. Per fortuna qui il sole tramonta alle nove e nessun musulmano si astiene da acqua, cibo e sesso per più di 16 ore. Ma c’è anche chi vive a Reykjavík, dove il sole, in questo periodo, sorge alle 3.28 e tramonta alle 23.21. Per non parlare poi della complicata situazione dei musulmani che vivono vicino al circolo polare artico dove in estate, si sa, il sole non scompare mai. Così, alla faccia della latitudine, chiunque sia in buona salute e voglia rispettare uno dei cinque pilastri dell’Islam, deve attenersi al Corano.

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In Ticino, secondo l’Ufficio federale di Statistica, nel 2016 si contavano 5.477 credenti. Naima è una di loro anche se non frequenta moschee né conosce molti suoi compatrioti che rispettino gli obblighi del Ramadan. Nella sua famiglia è l’unica che sta digiunando. Ma per lei è una questione di fede e pure di testa, una purificazione spirituale e materiale che nei primi giorni è davvero dura, ma poi “lo stomaco si stringe tanto che un vasetto di yogurt ti sazia”. Molte persone le chiedono come mai lo faccia, come riesca a non bere un goccio d’acqua così a lungo; le dicono che fa male all’organismo. Ma lei risponde: “Mi sto lamentando?”. Insomma, Naima è tenace e questo mese di sacrifici per lei, come per molti altri, è davvero un momento di solidarietà con chi vive peggio. E un pensierino ce lo sto facendo anche io, ma per perdere qualche chilo in vista della spiaggia.

Ma bando alle ciance e andando oltre alle motivazioni religiose, cosa si fa, gastronomicamente parlando, durante questo nono mese del calendario islamico?

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La regola è uguale per tutti da 1439 anni: fare pasti prima e dopo la luce. Quello prima dell’alba si chiama suhur, quello dopo il tramonto iftar (che letteralmente vuol dire colazione).

Questo periodo non è solo un sacrificio, nei Paesi musulmani è soprattutto una festa, un modo per stare in famiglia. I carichi di lavoro diminuiscono, servizi e ristoranti sono chiusi. Al calar del sole chi ne ha la possibilità, si unisce ai cari per pregare e consumare l’iftar.

E in barba alla tradizione che prevede pasti frugali, c’è anche chi esagera con banchetti luculliani.

“Oggi anche in Marocco si mangia di tutto, molto pesce, tajine, pasta, ma la tradizione prevedeva 3 portate: i datteri (Maometto spezzò il digiuno mangiandoli), la zuppa harira e poi dei dolcetti chiamati chebakia. Tutto accompagnato da pane matlouh e dall’irrinunciabile tè alla menta”. La zuppa, che io ho comprato a Bioggio, è il piatto (povero) essenziale di ogni Ramadan, anche con 50° si mangia calda. Si fa con lenticchie, ceci, coriandolo, polpa di agnello e alcune delle loro favolose spezie. I dolcetti chebakia (che ricordano le cartellate pugliesi) oltre a farina e uova, prevedono acqua di fiori d’arancio, aceto, zafferano, anice, mandorle, gomma arabica, cannella, sale e olio d’oliva.

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Se la tradizione richiede tempo per le preparazioni, i marocchini di oggi optano per insalate, frullati o zuppe più semplici. E, se si vuol evitar di morir di sete il giorno dopo, “è meglio non mangiare un’insalata di patate alle due di notte”, parola di Naima.

Tra undici giorni tutto tornerà alla normalità nella famiglia malcantonese. Con l’Aïd el-Fitr, il digiuno islamico cesserà e Naima potrà tornare a mangiare la brioche con il figlio alle otto di mattina.

P.s. Ringrazio la Croce Rossa Svizzera che dando l’avvallo solo a “pochi progetti audiovisivi (mirati e di una certa rilevanza)” non mi ha permesso di scoprire come si affronta il Ramadan nei nostri centri d’accoglienza. Del resto lì “gli ospiti stanno affrontando un difficile percorso d’integrazione (…)”, avere qualcuno che volesse ascoltarne le tradizioni, di certo li avrebbe infastiditi.

 

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