Siamo tutti un po’ nazisti

Quel che c’è di serio e preoccupante in tutta questa vicenda è invece l’aspetto quasi macchiettistico e la banalizzazione che nel presente si fa del fenomeno nazista e dei suoi simboli. Come se non volessimo renderci conto del fatto che alcuni dei modelli e delle idee sostenute in quel preciso periodo storico tanto biasimato si ritrovano prepotenti e intatte nella società contemporanea.

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Se non ci fosse di mezzo una svastica, la notizia sarebbe davvero di poco conto. Un pane a forma di croce uncinata ha impensierito alcuni clienti di Migros. Sì, perché fra i tanti filoni, baguette, sfilatini e pagnotte dalle fattezze sempre più ardite impastati con farine più o meno ricche di crusca e altri cereali che cercano di soddisfare le fantasie oltre che il gusto dei clienti, in un supermarket di San Gallo della cooperativa in questione, c’è scappato il pezzo che invece della forma di una girandola aveva la foggia del simbolo nazista per eccellenza. E così, apriti cielo. Manco fosse apparsa una svastica sul sole.

L’azienda si è scusata per l’inconveniente e ha assicurato maggiori controlli sulla lievitazione e la preparazione dell’impasto ma soprattutto sulla sua sagomatura. “Ci dispiace veramente molto se qualcuno è rimasto turbato”, ha subito replicato Andreas Bühler, il portavoce di Migros per la Svizzera orientale di cui non sappiamo dirvi il grado di parentela con l’Alain di casa nostra. Ma poco importa, quel che invece sappiamo con certezza è che ad aver prontamente segnalato il misfatto facendo scoppiare la bomba è stato uno studente zurighese, incredulo di fronte alla scoperta fatta al banco del pane.

Chissà come avrebbe reagito e commentato la notizia il fondatore Gottlieb Duttweiler, quel mago del commercio, dal carattere tenace e combattivo, capace di trasformare idee coraggiose in realtà e noto a tutti per il suo forte senso di responsabilità sociale. Noi del GAS vogliamo credere che si sarebbe fatto una grassa risata volendo in questo modo sdrammatizzare la cosa. Che tra i panettieri ci sia una frangia di estrema destra pronta a battersi per la supremazia della farina bianca ci sembra francamente poco plausibile. Tanto più che a guardar bene, di oggetti che possono assumere o ricordare la forma di una svastica, ce n’è più d’uno. Per esempio un mazzo di chiavi a imbus o certi ventilatori, la nonna di un mio amico quando si siede aiutandosi con il bastone.

Quel che c’è di serio e preoccupante in tutta questa vicenda è invece l’aspetto quasi macchiettistico e la banalizzazione che nel presente si fa del fenomeno nazista e dei suoi simboli. Come se non volessimo renderci conto del fatto che alcuni dei modelli e delle idee sostenute in quel preciso periodo storico tanto biasimato si ritrovano prepotenti e intatte nella società contemporanea. E non certo per colpa del pane del mese la cui forma può essere – ahimè – confusa con il simbolo più caro al Terzo Reich. Un esempio su tutti, tralasciando i soliti Orban e Salvini? Il culto del proprio aspetto fisico e il rapporto con il pelo. Per i nazisti il pelo era sinonimo di sporcizia e di disgusto. I corpi di uomini e donne autenticamente ariani andavano rasati, perfino nelle parti più intime. Del resto un bel corpo muscoloso, atletico e glabro è sempre stato preso a modello dai sistemi totalitari del recente passato. Eppure il pelo, lungi dall’essere superfluo e sporco, è uno straordinario sistema di termoregolazione. Ma non ci sembra che il modello oggi imperante sia quello del “pelosi è bello”. Anzi. Così, forse, più che alla pagliuzza a forma di svastica, tutti noi dovremmo prestare attenzione alla trave.

 

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