Spaccio a Losanna: il populismo di sinistra

Il regista di “Vol spÈcial” e “La forteresse” fotografa di nascosto gli spacciatori nel suo quartiere e accusa i suoi critici di buonismo. Quando il populismo fa breccia a sinistra.

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Anch’io sono padre e l’idea che un giorno i miei figli possano trovarsi davanti alla scuola degli spacciatori mi terrorizza.

Ma il fatto di temere per i proprio affetti non giustifica la rinuncia al proprio senso critico.

E’ quello che ha fatto invece il regista romando Fèrnand Melgar, autore di bellissimi documentari sulla condizione dei profughi in Svizzera, come “Vol spècial” e “La forteresse”.

Da attento osservatore delle politiche dell’accoglienza nel nostro paese, nel giro di poche settimane si è trasformato nell’alfiere della giustizia “fai da te” contro lo spaccio nel suo quartiere a Losanna, nel Savonarola della “gauche caviar” , buonista e sempre pronta a giustificare – pietisticamente – l’Immigrato.

Ha dimostrato, in poche mosse, come la sinistra che cerca scorciatoie a problemi complessi finisca inevitabilmente per assomigliare alla destra.

Tutto inizia qualche settimana fa, quando Melgar decide di pubblicare su Facebook alcune fotografie prese di nascosto dei presunti spacciatori che infestano il suo quartiere.

Si tratta, naturalmente, di giovani africani.

Il suo post su Facebook innesca una valanga di commenti di solidarietà ma anche decisamente razzisti, che inneggiano alla giustizia “fai da te”.

Ringalluzzito da questo sostegno popolare, Melgar rilancia e accusa il comune di Losanna di non voler affrontare il problema, di aver chiuso gli occhi di fronte alla situazione dello spaccio in città.

Forte del suo curriculum di regista “di sinistra”, attento alle questioni dell’accoglienza e facendo leva sulla sua popolarità, il Melgar può facilmente accedere ai media per diffondere il suo messaggio. Ne approfitta per scrivere editoriali incendiari sulla stampa e partecipare a trasmissioni radiofoniche e televisive, dove batte incessantemente sullo stesso concetto: “voler difendere i propri figli non è né di destra né di sinistra”.

Ma la parabola ascendente di questo novello tribuno del popolo si scontra in modo clamoroso con le critiche dei suoi colleghi.

230 persone del mondo del cinema romando, tra cui Lionel Baier, direttore del dipartimento cinema dell’ECAL (Ecole Cantonale d’Art di Losanna), Michel Buhler, ex direttore del dipartimento cinema della HEAD (l’Alta scuola di Arte e Design di Ginevra) e i registi Nicolas Wadimoff e Jean-Stèphane Bron firmano una lettera aperta indirizzata proprio a lui.

“Nel desiderio di denunciare un problema legato alla sua vita personale – scrivono – lei ha sostenuto fatti non provati e mal documentati, oltretutto in modo disonesto”.

Nella lettera viene posto prima di tutto una problema deontologico: quando un regista di fama rende pubbliche delle foto rubate di persone presentate come spacciatori siamo di fronte a un utilizzo poliziesco delle immagini, senza nessun rispetto per la legge o l’etica.

Il rischio è quello di mettere in pericolo un gruppo di persone vulnerabili (i membri della comunità africana in Svizzera) esponendolo alla collera popolare. Facendo insomma un processo via social, senza avvocati difensori.

Un atteggiamento infantile nel migliore dei casi (“mi faccio giustizia da solo”); cinico nel peggiore: ci si può chiedere se Melgar avrebbe agito allo stesso modo se i supposti spacciatori fossero stati bianchi e svizzeri (qualcuno dubita forse che esistano?). Avrebbe scattato comunque quelle foto, sapendo che avrebbero potuto difendersi, magari denunciando la violazione della privacy?

Decisamente qui il colore della pelle c’entra, eccome. Poteva Férnand Melgar, regista di film sulla questione migratoria, non sapere che la reazione sarebbe stata quella di mettere sotto accusa un’intera comunità e gli immigrati in generale?

Certo che no. Ed è qui che c’è il primo cortocircuito: fotografo un nero e dico che è uno spacciatore. Che cosa sto cercando di fare se non attizzare la rabbia popolare sapendo che il risentimento contro gli immigrati cova dopo anni di propaganda della destra xenofoba?

Secondo i firmatari della lettera indirizzata al regista – e i dati puntalmenti diffusi dalle istituzioni che si occupano di droga – non c’è nessuna prova che gli spacciatori abbiamo per clienti gli scolari del suo quartiere; né che diffondano malattie sessualmente trasmissibili a delle adolescenti (altra accusa lanciata dal regista) né che siano arrivati a Losanna mandati da organizzazioni mafiose africane.

Ma c’è un altro aspetto che colpisce nel comportamento di Melgar.

Il regista, nel promuovere la sua causa, ha raccontato di essere stato molto colpito dalla morte per droga, dieci anni fa, del giovane figlio di un vicino.

Un evento terribile, che però viene eretto a problema sistemico, tralasciando un’analisi rigorosa delle cause e degli effetti della vendita e del consumo di droga, a Losanna come in altre città svizzere, “che lascia spazio – scrivono i firmatari della lettera – a un sentimentalismo poco attrezzato a studiare questi fenomeni”.

Ed è qui che si manifesta il secondo, pericolosissimo cortocircuito, che rischia di mandare in fumo anni di riflessione sulla questione delle droghe.

C’è prima di tutto un problema di punto di vista: si può inquadrare il fenomeno dello spaccio partendo dal proprio quartiere, ignorando la complessità del fenomeno e le sue dimensioni globali? Evidentemente no. La diffusione delle droghe nella nostra società dipende da questioni complesse, che hanno a che vedere con problemi sociali complessi: c’è il disagio di una parte della popolazione, il senso di inadeguatezza nei confronti di un mondo sempre più competitivo che lascia per strada gli ultimi, c’è un’economia della droga che ha benefici stratosferici anche grazie a politiche repressive che fanno lievitare i costi e diminuire la qualità dei prodotti.

E poi c’è l’immigrazione: migliaia di persone lasciate nel nostro Paese a macerare in uno stato di inedia, senza poter lavorare, senza potersi creare un futuro.

Tutto questo crea un cocktail esplosivo, che va disinnescato con politiche pubbliche intelligenti: politiche di riduzione del danno, legalizzazione (con progetti pionieristici come a Ginevra) e – dall’altra parte – dando la possibilità a chi arriva in Svizzera di avere accesso a un lavoro dignitoso. Sottolineare la complessità dei problemi non significa – come sostiene Melgar – avanzare scuse per non risolverlo. Significa porre le basi per poterli affrontare in modo radicale.

È la differenza tra populismo – e il populismo è sempre di destra, anche se viene da sinistra – e un atteggiamento critico verso la realtà. Il solo che ci darà la possibilità, un giorno, di cambiarla radicalmente.

 

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