Biscotti fatti in casa, ma di chi?

Immagini evocative di nonnine o di amorevoli mani che impastano le torte che mangiamo sono a tutti gli effetti dei modi per farci credere ciò che non c’è.

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L’organizzazione dei consumatori europei ha messo in luce un problema legato a etichette o dichiarazioni dei produttori che sono dubbiose o ingannevoli. Mi chiedevo pure io, scorrazzando nei grandi magazzini di casa nostra, come potesse una torta essere fatta in casa. In casa di chi?

Dubito molto che la nonna di chicchessia si metta a produrre migliaia di torte in casa propria per dei grandi distributori.

Zone grigie nelle leggi permettono infatti dichiarazioni poco veritiere o perlomeno dubbiose.

Quello che vale per la UE non ha necessariamente un corrispettivo da noi in Svizzera, ma nemmeno noi siamo proprio onesti.

Termini come: “artigianale”, “tradizionale”, “più sano” o “di qualità superiore”, oltre alla famigerata dichiarazione, “fatto in casa,” sono infatti fuorvianti.

Per non parlare di dichiarazioni come: “ricco di frutta” o “ricco di grano di semi diversi”. Quanta frutta? Cose designa una bevanda o uno yoghurt come ricco di frutta? Quali semi? E in che percentuali? Perché io posso fare una pasta con il 99% di un grano, buttarcene una manciata di un altro e dire che sono diversi.

Diciture di moda che sono però a tutti gli effetti delle truffe. Infatti se si leggono bene le etichette ci si rende conto che, per forza, la torta della nonna o fatta in casa è in realtà un prodotto industriale. Immagini evocative di nonnine o di amorevoli mani che impastano le torte che mangiamo sono a tutti gli effetti dei modi per farci credere ciò che non c’è.

In seguito alla new wave salutista infatti, i consumatori cercano cose sane e nutrienti, senza troppi grassi o zuccheri. Il commercio alla fine non cambia tanto il prodotto, quanto il modo di vendercelo, scrive il BEUC*

“Spesso infatti i frutti in questione si trovano solo in proporzioni minime o mescolati ad altri ingredienti meno sani. Mentre invece i claim e le immagini usate portano i consumatori a pensare che così facendo stanno aumentando il loro consumo di vitamine e migliorando la propria dieta”. 

Il paragone è simile a quello famoso in cui si dice che l’arte di un cuoco è nel dare un nome diverso alla stessa minestra: zuppa di verdure o potage de legumes sono la stessa cosa, ma nel nostro cervello la visione cambia di molto. Non parliamo poi dell’ “integrale al 100%”, non esiste, o se esiste è commerciato quasi solo nei Paesi dove la legislazione stabilisce che se dici che una cosa è quella al 100% e non lo può essere al 50. E torniamo al ricco di cereali, che è come dire che uno tizio è ricco di sodio. Ovvio che il sodio c’è, ma il tizio in questione,se lo mangiamo, è decisamente insipido.

“Leggiamo le etichette” rimane perciò un mantra, e non fatevi fregare dal Mulino Bianco che vi vende i trullini o i beccafichi come se li impastasse a mano l’attore di turno. Banderas ha altro da fare.

BEUC*: Bureau Européen des Unions de Consommateurs

 

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