Cassero assassino

Una cifra, un bollettino di guerra, che malgrado le campagne di sensibilizzazione e gli sforzi fatti, per ridurre almeno della metà gli incidenti mortali, non accenna a diminuire. La strage quotidiana continua. Anche se ogni morto sul lavoro è un morto di troppo. Anche se la SUVA sottolinea come almeno il 60% degli incidenti mortali sul lavoro potrebbe essere evitato rispettando accuratamente le regole di sicurezza.

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“Sappiamo che sono deceduti e basta. Ma siamo abituati a fare quei lavori lì, noi. È capitato, via. È una disgrazia, tutto lì”, sono queste le parole dette a mezza voce da un collega dei due operai morti nel cantiere di Camorino dove, all’altezza dell’uscita dell’autostrada A2, sono in corso di realizzazione alcuni ripari fonici. Sono frasi tagliate con l’accetta, pronunciate da chi si è visto sfiorare dalla morte. Da chi, quei due ragazzi rimasti uccisi sotto a un cassero, un impalcatura di legno nella quale poi viene colato il cemento, li conosceva bene. Da chi, con quella morte lì, è costretto a conviverci quotidianamente.

Una bara di 10 metri di larghezza e due e mezzo di altezza si è inghiottita le vite di due giovani della provincia di Sondrio, dipendenti dell’impresa Condotte-Cossi Costruzioni di Roma, che – di certo – non avevano messo in conto di finire i propri giorni in questo modo. Un maledetto cassero che è crollato all’improvviso su Carlo Venini, venticinquenne, e su di un giovane padre di famiglia trentaseienne, Oscar Fascendini, uccidendoli entrambi. Uno sul colpo, l’altro poco dopo. A nulla sono serviti i soccorsi.

Una tragedia verificatasi poco prima dell’una e mezza di pomeriggio, in una bella giornata di sole d’inizio luglio. L’ennesima giornata funestata da un incidente mortale sul lavoro. Perché di lavoro si continua a morire, anche nella civile Svizzera. Anche nella Svizzera italiana e nella piccola e tranquilla Camorino, ormai diventata uno dei quartieri della grande Bellinzona. Si muore dietro casa, si muore con quella sporca sensazione d’impotenza e di fatalità che rimane appiccicata addosso a chi resta. Sono grossomodo 600 gli incidenti mortali che ogni anno si verificano nella Confederazione in ambito lavorativo.

Una cifra, un bollettino di guerra, che malgrado le campagne di sensibilizzazione e gli sforzi fatti, per ridurre almeno della metà gli incidenti mortali, non accenna a diminuire. La strage quotidiana continua. Anche se ogni morto sul lavoro è un morto di troppo. Anche se la SUVA, che da tempo punta sulla prevenzione per tutelare la salute dei lavoratori e ridurre i costi prodotti dagli infortuni, sottolinea come almeno il 60% degli incidenti mortali sul lavoro potrebbe essere evitato rispettando accuratamente le regole di sicurezza.

L’unico auspicio è che proprio la sicurezza e le norme per impedire che non ci siano più altri Carlo e Oscar da piangere, vengano applicate con la severità e il rigore che si applicano ormai in altri ambiti. Un esempio su tutti, per ciò che concerne la circolazione stradale. Morire di lavoro è terribile, ma assistere a questo incessante stillicidio fatto di infortuni in buona parte evitabili è forse anche peggio.

 

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