Foa ha preso di nuovo lucciole per lanterne

Il nostro perito di fake news e spin doctoring delegittima la stampa mentre si scorda di verificare le informazioni che propina ai suoi lettori: come insegna giornalismo?

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Il 10 luglio scorso, in un post del blog del Giornale, l’amministratore delegato del primo gruppo editoriale della Svizzera italiana Marcello Foa accusava “i giornalisti” di disinformazione, nel solco della sua annosa crociata a geometria variabile contro il cosiddetto spin doctoring e le fake news.FOA 1

Il post di Foa additava i media per avere pubblicato un’immagine che è diventata virale su internet e associata a eventi coi quali in realtà non ha relazione. È la foto di un bambino dentro una gabbia che è finita – invero con molte altre – col rappresentare le vittime innocenti della recente politica di “tolleranza zero” dell’Amministrazione Trump nei confronti di chiunque tenti di entrare negli Stati Uniti fuori da un valico presidiato, poco importa se per presentare domanda di asilo. Sono oltre duemila bambini, di ogni età, che sono stati strappati ai loro genitori quando questi sono stati arrestati con l’accusa di immigrazione illegale al confine col Messico.

Titolava Foa il suo blog: “Il gas non era nervino, il bimbo non era un immigrato. Ma i giornalisti non si scusano mai?” E nel testo, l’esperto di manipolazione delle notizie nostrano spiegava che la fotografia era un falso la cui diffusione, s’intuisce, avrebbe avuto conseguenze devastanti per la comprensione da parte delle masse dei reali eventi legati alla gestione dei migranti da parte dell’attuale amministrazione americana. “E’ bastato prendere quello scatto e pubblicarlo decontestualizzato per scatenare l’indignazione internazionale. E ancora una volta solo in pochi hanno denunciato l’inganno, la grande stampa non ha mai rettificato”, accusava Foa rifacendosi a un altro blog italiano che parla di questa vicenda.

La mia prima reazione è stata lasciare un commento sulla pagina Facebook del nostro chiedendo quale notizia sui bambini finiti in gabbie fosse falsa malgrado l’uso improprio dell’immagine in questione. Ma il problema del post di Foa non era solo quello di suggerire al lettore (senza volerlo, non abbiamo dubbi) che le notizie di stampa sulle emergenze profughi sono inaffidabili quando invece, nel caso concreto, sono state confermate.

Version 2

Il paradosso è che il nostro perito di disinformazione sembra proprio avere preso lucciole per lanterne. Facendo una semplice ricerca inversa dell’immagine (con Google images) della foto di quello che Foa chiama “bambino messicano”, uno non riesce a trovare esempi di organi di stampa che l’avrebbero pubblicata prendendola per vera. Diversi media ne hanno parlato ma evidenziando che era un falso. Chissà: forse, che i giornali avessero venduto quella foto per autentica era un’eventualità “troppo emozionante per non essere vera”.

Quindi ho chiesto a Foa, sempre su Facebook, se poteva fornire qualcuno di questi esempi. Lui mi ha rifilato un tweet del giornalista Gennaro Sangiuliano. Quando gli ho fatto notare che quel tweet non costituiva un esempio, e che dire “Lo ricordano tutti” è usare un artificio retorico per indurre l’interlocutore a dargli ragione nonostante l’evidenza, Foa ha cancellato i miei commenti e mi ha tolto la possibilità di commentare ulteriormente sulla sua pagina.

Version 3

Riassumendo, Marcello Foa, autore di libri sulla mala informazione sempre pronto ad attaccare i media “mainstream”, esce con l’ennesimo pezzo di delegittimazione della stampa in cui stavolta accusa “i giornalisti” di avere diffuso una foto che non rappresentava i fatti descritti nelle loro storie, ma non fornisce prove a sostegno della sua tesi. (leggi qui)

Ci si chiederà: e chi se ne importa di quello che pubblica Marcello Foa?

Invece ci deve importare, perché è a capo del primo gruppo editoriale ticinese, perché insegna agli aspiranti giornalisti ticinesi (leggi qui) all’Università della Svizzera Italiana (leggi qui) , che è finanziata anche dai contribuenti e la cui immagine nazionale e internazionale dipende anche da chi ci lavora, e perché lo leggono almeno trentamila persone (probabilmente molte, molte di più), che poi votano. Sarebbe bene che non fossero disinformate.

 

 

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