L’abisso e la vertigine

L’ elenco di come l’abisso e la vertigine siano lì, dietro l’angolo ad aspettarci e poi rapirci, è davvero lunghissimo. Perché a rapirci è la nostra paura, il brivido dell’abisso.

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Ci sono notizie che si fanno tormentone da par loro. Ti rimangono appicciate addosso. Come un chiodo fisso. Al punto che non puoi fare a meno di sapere cosa stia succedendo, se c’è una qualche novità dell’ultima ora e, alla fine di tutto, se ci sia stato o meno un happy end. Proprio come nel caso della vicenda dei dodici ragazzini imprigionati in una grotta al Nord della Thailandia.

Una disavventura che, da un paio di settimane a questa parte, sta tenendo col fiato sospeso e incollati agli sviluppi del caso milioni e milioni di persone in tutto il mondo. Già. Ma che cosa diavolo ci fanno dodici giovani calciatori sotto terra? A due chilometri dall’ingresso della grotta e a circa un chilometro di distanza dalla superficie?

Semplice. Ce li ha infilati il loro allenatore al termine di un allenamento. Un cretino di venticinque anni – così è stato subito soprannominato dalla stampa locale e internazionale – Ekadol Chantawong detto “Aek”. Un mister che, per rinsaldare il gruppo, in precedenza aveva organizzato pedalate montane e gare di nuoto nei fiumi locali. Ma, evidentemente, non pago dei risultati fin qui ottenuti, Aek si è deciso a rilanciare la posta in gioco. Un all in di quelli che non scorderà per il resto della sua vita.

Pare che la discesa nelle caverne di Tham Luang Nang Non, al confine con il Laos, dovesse essere – anche questa – una sorta di prova di coraggio fatta per cementare lo spirito di squadra. Quel che invece è successo è ben altra cosa, visto che tutti e tredici ora sono lì sotto intrappolati. Come topi. Com’era capitato nel 2010 ai trentatré minatori di San José in Cile. Poi tutti salvi. O ancora come nel caso, quindici anni fa, del sottomarino russo Kursk. Lì invece morirono più di cento persone, venti di loro per asfissia. Dopo ore.

Ma l’elenco di come l’abisso e la vertigine siano lì, dietro l’angolo ad aspettarci e poi rapirci, è davvero lunghissimo. Perché a rapirci è la nostra paura, il brivido dell’abisso. Come accadde in occasione di quella sciagura vicenda che commosse e lacerò l’Italia e il mondo intero. Quella del piccolo Alfredino Rampi che, a sei anni, nel 1981 cade in un pozzo artesiano. Una storia esemplare che si trasformò in un vero e proprio reality show.

Quel bambino caduto nel pozzo fu la catarsi di un’intera generazione. Nessuno fra chi quell’episodio lo ha vissuto può averlo davvero dimenticato. Una storia che finì male. Malissimo. Non a caso da lì in poi, da quel trauma collettivo in diretta tivù, le cose non furono più le stesse. Cambiarono per sempre. E in parte, da quel pozzo, uscirono i media moderni. Aggressivi, invasivi e tossicodipendenti. Drogati di emozioni forti.

Perché quando riusciamo a salvare qualcuno che disgraziatamente si trova in quelle condizioni, non solo lo salviamo, ma lo facciamo resuscitare dalla tomba. Dagli inferi. Al punto che risulta essere una vera e propria rinascita. Con una valenza simbolica e una carica scaramantica che levati! Perciò, ecco, forza ragazzi! Non mollate (a meno che non si tratti di scaricare quell’asino del vostro allenatore)!

 

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