Turchia, democraticamente verso la dittatura

Nello scenario della politica degli equilibri tra tre ex imperi, persiano, russo e ottomano, il sultano Erdogan è diventato un attore protagonista che tiene in scacco Medio Oriende ed occidente. Il suo doppiogiochismo in politica estera, la sua prepotenza ed arroganza in politica interna, lasciano intravvedere un successo che potrebbe portarlo verso l’inizio della sua fine.

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Senza grossi sforzi, Recep Tayyip Erdogan ha vinto le elezioni presidenziali del 24 giugno 2018 e si assicura pure la maggioranza in parlamento alleandosi con il partito ultranazionalista dei Lupi Grigi.

La radiografia del paese? Due anni di stato d’emergenza e leggi speciali del dopo golpe fallito, decine di migliaia di oppositori “sospetti golpisti” in carcere, monopolio assoluto dell’informazione, potere gestito con prepotente arroganza, e che da ora in poi sarà sempre sempre più assoluto vista l’ampiezza delle prerogative che Erdogan continua ad attribuirsi.

Il Sultano, con il 52.5% dei voti, ha evitato il ballottaggio nel secondo turno, il principale candidato dell’opposizione, Muharem Ince, del Partito Popolare Repubblicano ( CHP ), ha ottenuto il 30.7%, un risultato che il partito non toccava dagli anni Sessanta.

Per il rinnovo del parlamento l’AKP di Erdogan ( Partito per la Giustizia e lo Sviluppo ) ha preso il 42.6% di voti, il 7% in meno rispetto al 2015, mentre l’MHP (Movimento d’’Azione Nazionalista) di estrema destra, ha ottenuto l’11.1%, garantendo la maggioranza alla coalizione denominata Alleanza Popolare. Il partito curdo di sinistra HDP (Partito Democratico dei Popoli) ha raggiunto l’ 11.7%, superando la soglia di sbarramento del 10%.

Le elezioni presidenziali avvrebbero dovuto svolgersi a novembre 2019, ma lo scorso aprile Erdogan aveva convocato le elezioni anticipate sostenendo che sarebbe servito a dare una più rapida ed efficace applicazione al nuovo sistema presidenziale, che la Turchia ha adottato con il referendum dell’aprile 2017, con il 51.4% dei consensi. La riforma costituzionale permette al novello dittatore, oltre ad abolire la carica di primo ministro concentrando sulla presidenza tutti i poteri, anche di nominare i giudici, i membri della Corte Costituzionale, e di emanare decreti con funzione di legge.

Gli indicatori economici mostrano qualche luce e tanta ombra: Il Pil cresce del 5% e la produzione industriale oltre il 5%, mentre l’inflazione è al 12%. Un alto tasso di disoccupazione preoccupa e penalizza le classi popolari, mentre commercianti e imprenditori devono vedersela con una Lira che fluttua e si deprezza (34% in un anno).

L’instabilità economica, sommata ai dubbi sull’affidabilità politica, sembra aver allontanato gli investitori. Il Fondo Monetario Internazionale inizia a sentenziare giudizi su Ankara.

L’Europa si interroga, che sarà della Nato nelle mani di uno che si pavoneggia con Putin? Che succederà dei “campi di concentramento” per i migranti che tanto giudichiamo, ma che ci fanno tanto comodo? Erdogan chiederà ancora piu’ soldi sulla la pelle di quasi tre milioni di disperati?

Con queste elezioni Erdogan, a cui vanno attribuiti numerosi crimini, ha apportato riforme che porteranno “democraticamente” la Turchia sulla via della dittatura totalitarista.

Nello scenario della politica degli equilibri tra tre ex imperi, persiano, russo e ottomano, il sultano Erdogan è diventato un attore protagonista che tiene in scacco Medio Oriende ed occidente.

Il suo doppiogiochismo in politica estera, la sua prepotenza ed arroganza in politica interna, lasciano intravvedere un successo che potrebbe portarlo verso l’inizio della sua fine.

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