Di pecore e di lupi populisti

Di

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di Jonathan Crivelli

faccinaGASshevekI populisti sono vecchi. Questi personaggi che spuntano da ogni dove pretendono di rappresentare il nuovo ma invece ripropongono cose vecchie e stravecchie. Nella forma come nella sostanza.

Esempio recente. Fuori casa. Ma proprio per parlare meglio di quel che succede anche a casa nostra. Nel corso della trasmissione “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, dieci giorni fa in collegamento video è stato intervistato l’esponente del Movimento 5 stelle Di Maio. Beh, andate a vedervelo: non una risposta una alle domande fatte dal giornalista in studio. Con la solita decrepita tattica della vecchia politica.

Là fumose acrobazie linguistiche per non dire, qui ogni spazio utilizzato per riproporre come una litanìa sempre e soli i propri ritriti slogan. Che è poi il succo della politica populista: slogan invece che risposte, slogan invece che azioni concrete. È stato il vangelo di Giuliano Bignasca, è il vangelo dei suoi discendenti, familiari o politici che siano, dentro e fuori dalla Lega.

La strategia populista (che sia di Destra o di Sinistra, ma oggi impera la prima) di fatto si traduce in un inganno sistematico del popolo, di quel popolo che i suoi interpreti pretendono di rappresentare e di difendere.

La vera domanda è: perché mai così tanta gente è disposta a farsi prendere per i fondelli credendoci pure? Cento spiegazioni sociali e psicologiche. Ma nel fondo si staglia l’ostinata presunzione dell’ignoranza. Intesa come non sapere e non voler far nulla per sapere e capire la complessità delle cose e degli umani. In questo senso credo sia ora di dire che esiste una responsabilità individuale che pesa su ciascuna delle persone che, a fronte di mille possibilità, anche di facile fruizione, oggi a disposizione per informarsi e per farsi un’idea, preferiscono rifugiarsi nella posticcia sicurezza offerta dagli slogan facili, dallo scaricamento della colpa su altri, dalla gretta presunzione di una superiorità data loro chissà da chi e chissà perché.

È, in definitiva, la responsabilità delle pecore che, per propria scelta, si rinchiudono in recinti custoditi da lupi.

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