Djuradj unchained

Di

20141021zommermann

di Markus Zommermann

faccinaGASzommermannUn giorno in classe arrivò Djuradj e probabilmente fui io a mettere in giro la voce secondo cui aveva ucciso sua madre. Avevo otto anni. La mia coscienza sociale non si era probabilmente ancora sviluppata. In Jugoslavia c’era la guerra civile e il mio cervellino riteneva corretto associare ogni slavo alla violenza, alla morte e alla distruzione. Ma avevo otto anni, perdìo! Tutti noi bambini avevamo paura di Djuradj e lo guardavamo tra l’incuriosito e l’intimorito. Era più alto, più forte e più vecchio. Il maestro ci aveva avvisati: “Nei prossimi giorni arriverà un nuovo compagno. Scappa dalla guerra e non parla una parola d’italiano. Aiutiamolo, tutti noi, a stare bene. Siate gentili con lui. Siate accoglienti”.

Pochi giorni dopo ci rendemmo conto che Djuradj non puzzava, non rubava le nostre merendine da sotto il banco e di sicuro non aveva ucciso sua madre. Io e Djuradj diventammo amici. Tutti diventarono amici di Djuradj. Era sempre sorridente e si vedeva che per lui la scuola era un piacere. Faticò un po’ con l’italiano (anche perché noi all’inizio, credendo che per lui sarebbe stato più facile comprenderci, gli parlavamo usando frasi del tipo “tu andare mangiare”, “io dopo venire a prendere te a casa”), ma sono convinto che gli anni passati in Ticino siano per lui un bel ricordo.

Non credo di vincere il Pulitzer con questo racconto. Semplicemente mi piace ricordare quell’anno scolastico come “l’anno in cui, tutti assieme, noi bambini fummo coinvolti nell’accoglienza di Djuradj” e l’anno in cui ho capito, grazie a un maestro intelligente e appassionato, che il razzismo è una cosa stupida.

(Foto: Freedom House)

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