Duemila aghi nel cuore

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Di

20141125diavolo

del Diavolo

faccinaGASdiavolo1Per gentile concessione della sua redazione, pubblichiamo in anteprima l’editoriale del prossimo numero de “il Diavolo”.

L’amianto è una pietra. Una cosa naturale, in fondo, come lo yogurt o il legno di frassino. Solo che l’amianto è insidioso, composto da minuscole fibre microscopiche affilate come rasoi.

Nel 1901 un austriaco, Ludwig Hatschek, brevetta il suo cemento-amianto e lo chiama eternit. Tubi e onduline invadono il mercato. Pensate che negli Anni Cinquanta un designer si inventa persino una sedia da spiaggia in eternit: roba da brividi. I tubi di fibrocemento, fino agli Anni Settanta, rappresentano lo standard in fatto di fabbricazione di acquedotti.

Poi a qualcuno viene il dubbio. Probabilmente c’era troppa gente a contatto con l’amianto che cominciava a morire. Negli Anni Sessanta alcune ricerche provano che le fibre di amianto staccatesi dai manufatti a causa dell’usura svolazzano nell’aria e ti entrano nei polmoni. Lì non stanno ferme, ma si ammassano.

E scavano.

Le fibre di amianto provocano asbestosi e mesotelioma pleurico. E ci muori, non ci sono cazzi.

In parole nostre: un brutto cancro ai polmoni. Essere a contatto con l’eternit e lavorarci è quasi una condanna a morte.

Eh, sì. Perché muoiono anche le mogli, quelle mogli che lavano le tute degli operai e le scrollano per stenderle, respirando anche loro gli aghi letali.

Sono più di 2’000 gli operai e i loro familiari morti a causa della fabbrica di eternit. Responsabile penale di questo bel disastro ambientale è Stephan Schmidheiny, svizzero e presidente dell’allora Consiglio di amministrazione.

La giustizia per una volta fa il suo corso. Schmidheiny viene condannato a pagare un risarcimento di 20 milioni al Piemonte e 30 a Casale Monferrato, il paese della morte.

Storia a lieto fine? No, lo sappiamo tutti: la giustizia cammina col passo di una tartaruga e Stephan, condannato nel 2012, fa appello.

Il 19 novembre 2014 la Corte di Cassazione dichiara prescritto il reato di Schmidheiny. Sono passati molti anni dall’inizio del procedimento. Schmidheiny è libero, colpevole ma libero, e non dovrà niente ai figli e alle vedove di quegli uomini.

Questa è una lettera di pochi giorni fa, una lettera che racconta più di tante statistiche…

“La prima immagine che ieri mi è comparsa davanti agli occhi è stata quella di mio zio Giovanni, le sue ultime notti all’ospedale attaccato all’ossigeno, il suo desiderio di rimanere vicino ai suoi cari ma nel contempo di porre fine alle sofferenze che lo hanno costretto, per 30 anni, a dormire con tre cuscini dietro la schiena. Me lo rivedo a miscelare a mani nude, senza mascherine, quell’impalpabile polvere che si portava anche a casa, sulle tute blu con la scritta Saca prima, Eternit poi. Oggi porterò un fiore sulla tomba di mio zio, un fiore colorato, di speranza, che contrasti con il grigio della polvere che per anni ha respirato e con il grigio, nebuloso incedere della giustizia italiana.”
– Giulio

(Foto: Harald Weber)

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