Schiavismo contemporaneo

Di

Many slaves

di Jacopo Scarinci

faccinaGASscarinciL’ultimo caso di caporalato scoperto, avente come protagonista una ditta ticinese facente capo a un imprenditore italiano, ha fatto diventare ancora più di attualità il tema dello sfruttamento delle persone. E non parliamo di un fatto successo in Mississippi a metà dell’Ottocento, ma in Svizzera fino all’altroieri.

Le 17 persone trovate in un capannone nel Varesotto, a un passo dall’indigenza e a mollo in più di un metro d’acqua piovana, lavoravano sì in Ticino come frontalieri, ma in nero e sfruttati, e vivevano ammassati in pochi metri quadri umidi, in scarsissime condizioni d’igiene, con le loro famiglie, sembra anche con dei bambini. Ma qui poco importa la nazionalità delle vittime, della ditta, dell’imprenditore: lo scandalo è che tutto questo sia potuto succedere impunemente e che questa sconfortante vicenda sia venuta alla luce solo perché il capannone dove questi moderni schiavi erano segregati era incluso nel programma di evacuazione dovuto al maltempo.

Quest’episodio dimostra come sia inutile sparare addosso a frontalieri assunti da ditte svizzere quando la classe imprenditoriale non ha regole alle quali sottostare. E le regole deve darle la politica. Però non urlando contro lo straniero: troppo facile e da dilettanti. Ma guardando ai propri fallimenti.

I frontalieri non invadono il Ticino col paracadute di notte: arrivano perché qualcuno li assume. Quando questo qualcuno può disporre a piacimento di regole aleatorie e pochi vincoli, non deve sorprendere come dai casi di dumping, di ricatti, di minacce di licenziamento si arrivi al dramma emerso ieri. Le istituzioni hanno il dovere di invertire la rotta, perché prima della libertà d’impresa è ora che venga considerato qualcosa di molto più importante: la dignità delle persone.

(Foto: isaincu)

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