Adula e Basodino

Di

20141101mordasini

di Corrado Mordasini

faccinaGASmordasiniEro appoggiato alla rete metallica e guardavo Adula. Era accosciata davanti alla sua stalletta con gli occhi semichiusi. Poverina, si sentiva sola. Basodino era venuto a mancare quest’estate, quando la colonnina del mercurio aveva raggiunto i 39 gradi. Essere sopravvissuto alle glaciazioni per centinaia di migliaia di anni non lo aveva certo protetto dal caldo africano. Un caldo becco, scusate il bisticcio, e lui non ce l’aveva fatta.

Ma scusate: sto andando troppo in fretta. Devo spiegarvi meglio.

Da quando erano state promulgate le nuove leggi sul risparmio idrico, anche le fontane erano state chiuse. Quella in piazza Governo a Bellinzona era stata rimossa per allargare il parco.
Qualche genio in Parlamento aveva proposto: siccome a Berna ci sono gli orsi, perché noi non mettiamo dei camosci davanti al Governo? Nonostante l’opposizione di Socialisti e Verdi la proposta era passata e davanti a palazzo delle Orsoline era stata creata una bassa fossa cintata contenente una piccolissima colonia di ungulati. Io mi occupavo di vuotare i cestini in Parlamento, pulire i cessi e controllare l’alimentazione degli iPad dei parlamentari e, siccome avevo ancora un po’ di tempo, ero diventato, anche per comodità, guardiano dei camosci.

Mi sono sempre piaciuti gli animali. A casa avevo Daisy, un Humbold della California modificato geneticamente, aveva l’intelligenza di un cane. Daisy aveva un pessimo carattere, ma con me andava d’accordo. Anzi, da come mi guardava con quei suoi occhioni, immagino che mi vedesse come un maschio della sua specie. Però non era facile da gestire. Una sera sono arrivato a casa e Daisy aveva beccato un gatto. Gli Humbold, anche nella loro versione di terra, mantengono gli uncini nelle ventose. Lei aveva agguantato il gatto e aveva cominciato a masticarlo col becco. Poi, siccome i calamari, anche se di terra, non sono abituati al pelo, lo aveva vomitato sul kilim di nonna Gina, un ricordo a cui ero parecchio affezionato. Non so voi, ma penso non ci sia niente di peggio che grattare un gatto vomitato da un kilim. Non esistono tutorial su netskype che ti spiegano come fare.

Scusate se ho divagato, ma ho una passione per i cefalopodi e in particolare per Daisy.

Comunque quella mattina ero attaccato alla ramina e guardavo Adula. Non mi piaceva il suo aspetto. A parte che ormai era vecchia, ma aveva l’aria un po’ apatica. La giornata non era delle migliori. Alpfreeway aveva creato un passaggio sotto le Alpi che era prediletto come grande asse dai rayltruck. Il fondovalle della Leventina fino allo svincolo insubrico era un vero merdaio. Lo smog era a livelli di guardia, anche perché non pioveva da tre mesi. Polvere e nanoparticelle ballavano la polka per aria. Le montagne erano colline gialle e brulle. C’era così poca acqua che non si vedeva neanche qualche striscia verde nelle vallette.

Mentre ero assorto, Adula aveva abbassato la testa al suolo. Mi avvicinai preoccupato al cancello. Entrai, sollevando nuvolette di polvere con i sandali. Polvere di merda, si infilava dappertutto. Le cicale frinivano sulle palme da dattero del parco che quasi ti tiravano sordo.
Mi accostai dolcemente, carezzandole il collo. Lei ebbe un fremito. Povera piccola Adula, la mia piccola. No, non stava per niente bene. Mentre pensavo di chiamare il veterinario, Adula volto la testa e mi guardò, leccandomi due volte la mano. Non lo dimenticherò mai. Riabbassò la testa e non si mosse più.

Lo sapevo.

Negli occhi riconobbi quel velo che non si rialza più, quella cappa che avevo visto molte volte negli ultimi anni. Tutte le mie bestie se n’erano andate. Basodino l’estate scorsa. E il piccolo Bar qualche mese prima. Mi ricordavo Tremola, il vecchio Gottardo, Bisbino, Lucendro e Garina.

Adesso Adula.

Abbassai la testa e le chiusi gli occhi. Stavo piangendo.

Io ero l’unico spettatore al suo funerale. L’unico amico al suo capezzale.

Tra un po’ avrei dovuto buttare la sua carcassa al centro smaltimento cantonale. Ma per adesso potevo piangere. Piangere ai piedi di Adula.

L’ultimo camoscio del Canton Ticino.

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