Di bandiere e di tristi figurine

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Di

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di Jacopo Scarinci

faccinaGASscarinciRicordo ancora come mi sentii quando lessi che l’HCL aveva appena firmato con Linus Klasen. Che va bene, non è Crosby, Kane o Malkin, ma è comunque meglio di mio zio. Ho sperato che quest’anno il Servette, i Lions o il Davos li avremmo superati, che avremmo fatto qualcosa meglio dei soliti quarti di finale.

Il mercato. Quella sensazione di euforia che ti piglia quando la tua squadra prende il giocatore più forte, che ti può permettere di sognare alti traguardi, capite? O quello sconforto che senti dentro quando uno dei tuoi ti lascia, mentre fino all’altro giorno baciava la maglia esultando sotto la tua curva dopo un gol… e adesso all’improvviso se ne va.

Il mercato, insomma. Sondare disponibilità, parlare alla stampa di “progetti”, di “idee”, di “programmi”, quando in realtà i discorsi sono sempre altri. Soldi, per gli sportivi. Sedie, per gli altri. Business, direbbero i giornalisti economici.

Ogni anno c’è qualcuno che lo domina. C’è chi prende Damien Brunner, c’è chi deve cedere pezzi pregiati. Si sale e si scende.

Però dovrebbe esserci un limite a tutto. Inti Pestoni non accetterebbe mai di giocare nel Lugano, Steve Hirschi non andrebbe mai in Leventina. Qualcuno le chiama bandiere, ma son semplicemente persone che sanno cosa sia la coerenza.

Eppure c’è qualcuno a cui piace far raccolta di figurine e qualcuno a cui essere figurina sembra veramente piacere. Una figurina messa lì, appiccicata nel proprio riquadro tra giubilo e tweet degli astanti. Ma poi dimenticata, quando il bambino si stufa e l’album non viene finito.

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