Do you like your life?

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20141223artichoke1

di Artichoke

Siamo a Genova. A Genova Sestri Ponente, sotto un porticato che ricorda molto quelli nostrani, anche se più alto. Il porticato porta alla stazioncina di quartiere, dove i binari sono una manciata, ma oltre la metà non ha nemmeno la banchina del trasporto passeggeri, perché serve al trasporto merci.

Faccio una piccola digressione per spiegarvi di che Genova stiamo parlando, visto che non è la bella Genova di Piazza Principe o di Brignole e nemmeno quella di Quarto o Quinto, residenziali per eccellenza, che sfumano nelle Cinque Terre. Sestri Ponente è un quartiere che ha una bella zona, specialmente nella parte alta arroccata sulla collina, e via Sestri ha qualche accenno di negozio che esula dal popolare spiccio per dare la sua parvenza di benessere economico alle oltre 45 mila anime che ci abitano. Però, insomma, non è che funzioni granché: è un quartiere industriale, operaio e popolare per eccellenza, sta incastrato tra la Fincantieri e Sampierdarena, sede di alcuni dei mostri di amianto che hanno ucciso di più in tutto il Paese, assieme alla celebre ILVA in fondo al tacco e all’industria legata a quel nostro connazionale di recente fama mediatica (del quale però non parlo, perché questo non vuole essere un articolo politico).

Quei giganti fatiscenti di ruggine sono stati smantellati da pochi anni e ora si vede il mare. Ma ai Genovesi quella terra lì la ridaranno forse solo gli anni e i miracoli. Infatti a Sampierdarena non vive più quasi nessun indigeno. È diventata un’estensione del Sudamerica e nessuno se ne lamenta: solo gli immigrati riuscirebbero ad abitare in edifici letteralmente corrosi, pagando un affitto per di più.

L’ultima cosa che impreziosisce Sestri è, come una cacata di piccione su un abito da sposa: l’aeroporto, che ha divorato lo spazio marittimo che non si sono presi le acciaierie e i cantieri, spiaccicando le case alla base delle colline. Un aeroporto con la pista più criticata d’Italia, definita troppo corta e detestata dai piloti di mezza Europa.

Ecco.

Sui piloni di questo porticato dal quale ogni giorno tutti i ragazzi devono passare per andare a scuola, gli impiegati verso le zone centrali della città e molti operai verso i vicini cantieri, c’è una scritta fatta a bomboletta: “Do you like your life?”. Per chi non mastica l’inglese: “Ti piace la tua vita?”. Così, come un cazzotto nello stomaco, nel grigiore di polveri insalubri, mostri di cemento e impieghi modesti, la scintilla della domanda rode.

È lì, sotto gli occhi di tutti, e per tutti gli anni in cui ci sono stata non è mai stata cancellata.

È un piccolo mantice che soffia ogni giorno sotto la cenere, tenendo vivo il fuoco dell’anima.

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