Se è così in Danimarca… allora da noi?

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di Pepita Vera Conforti

faccinaGASveraconforti1915: diritto di voto delle donne danesi.
1971: diritto di voto delle donne svizzere.

La ventesima e ultima puntata di Borgen termina con Birgitte Nyborg che annuncia a sorpresa le elezioni anticipate dopo aver condotto in porto le tre riforme per lei essenziali: welfare, ambiente, sanità. Sfida le convenzioni e prende un mese di congedo per prendersi cura della figlia.

Tra fiction e realtà…

  1. Con la citazione dei nominativi delle prime quattro donne nel Parlamento danese nel 1918 “si chiude il dibattito sulla capacità delle donne di lavorare a palazzo”: Nyborg risponde così a chi mette in dubbio l’idoneità delle donne a governare un Paese e non solo la casa. Noi intanto abbiamo aspettato fino al 1971 per vedere sui banchi del Gran Consiglio Linda Brenni, Dionigia Duchini, Ersilia Fossati, Elsa Franconi-Poretti, Rosita Genardini, Elda Marazzi, Rosita Mattei, Alice Moretti, Dina Paltenghi Gardosi e Maria Terribilini-Fluck, dopo anni di lotta per il suffragio femminile. Dopo 40 anni, nel 2011 nel Parlamento ticinese sono state elette 14 donne su 90 deputati: un aumento di 4 unità in 4 decenni. No comment.
  2. I pregiudizi non cambiano di molto dalla fiction alla realtà: “Ci serve davvero una madre come primo ministro?”, chiedono nella serie quando Birgitte lascia momentaneamente la carica per prendersi cura della figlia. In realtà nel 2011, un anno dopo l’inizio della serie, Helle Thorning Schmidt, madre di due figli, diventa la prima donna alla più alta carica danese, dopo essere stata considerata inesperta di politica interna e attaccata per l’aspetto fisico troppo piacente e per l’attenzione al proprio look. Si è invece distinta per determinatezza e competenza. Ma, come per Hillary Clinton e tante altre donne, i commenti sul loro corpo di donne e di madri prevale anche in politica.
  3. “Io dovrei difendere i diritti di questo schifo di stampa, che rovina l’esistenza delle persone per servire dettagli scabrosi ai suoi lettori?”, inveisce Birgitte contro il giornale scandalistico che mette in copertina sua figlia, ospedalizzata in una clinica privata. Nella realtà, la macchina del fango è ancora più agguerrita, e non solo “non si vergogna di niente”, ma si offende pure se metti in dubbio la loro integrità giornalistica.
  4. “La classe politica deve dare l’esempio”: guardando a cosa fanno alcuni politici, sarebbe preferibile che i cittadini e le cittadine si astenessero dall’imitarli.
  5. “Vorrei che ci accordassimo perché tu non restassi incinta nell’immediato futuro, c’è un’epidemia di gravidanze in redazione”, dice il redattore capo a Katrine. Avere figli non è la cosa più bella del mondo? Per chi lavora sembra sempre più una maledizione anche alle nostre latitudini.
  6. Dichiara l’avversario di Birgitte: “Le donne hanno un obiettivo che noi uomini non abbiamo, conciliare la vita privata e la vita politica”. Qualcuno deve pur avere un po’ di senso di responsabilità, umanità e civiltà. Condividere, no?

Se in uno dei Paesi con la politica familiare più generosa e paritaria e una cultura del voto femminile centenaria i pregiudizi sono ancora così radicati (almeno stando alla serie), cosa dovremo inventarci in questo secolo per garantire pari opportunità a uomini e donne?

Chiudo le recensioni della serie televisiva Borgen con un’ultima citazione di Birgitte:

“Sono d’accordo di andare a parlare di politica, non a scusarmi di essere donna.”

E ora vi lascio alla politica tutta ticinese che infiammerà nei prossimi mesi.

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