Casa

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di Artichoke

Da qualche mese vivo con lo zaino in spalla. Le solite storie: prospettive instabili, l’affitto troppo caro… e tanti amici sparsi per l’Italia. Per cui i miei averi sono sparsi in un paio di case e io erro, seguendo una linea di circa 300 chilometri, alla ricerca di un futuro.

C’è un momento in cui sai cosa è Casa, o quanto meno “casa”. Lo senti, lo vedi: è quell’edificio lì con quelle mura, situate in un determinato punto, e ha svariate caratteristiche. È dove dormi e dove hai i tuoi oggetti, a volte dove abita anche la tua famiglia. È in un posto che, amandolo oppure odiandolo, ti è familiare in ogni suo particolare, nella via con il panettiere e il macellaio e quell’albero lì un po’ contorto.

Poi capita (a taluni) che semplicemente non lo è più. E la strada che ti è stata familiare per anni la percorri ancora per istinto, e saluti la gente, la riconosci, ci fai quattro chiacchiere. Però non è più “casa”. C’è una sottile alienazione nel camminare per strade che conosco da sette anni e andare a prendere la posta da una cassetta che di mio ha solo le ultime bollette da pagare.

Poi prendi un autobus, un treno, con uno zaino sempre più leggero, perché comincia a servirti sempre meno roba, e la roba sulla spalla pesa, perciò quella inutile può non esserci. A un certo punto la casa diventa un rimpianto e una preoccupazione, una necessità… e, diciamocelo, anche un debito perpetuo con quegli amici che a rotazione ti ospitano, con diversi gradi di generosità. Letti non tuoi – ma il tuo esiste ancora? – cucine non tue, bagni non tuoi. E disagio a palanche. Perché, diciamocelo, la mia personale educazione in una casa ticinese media mi dice che la disponibilità dopo una settimanella scade che manco il pesce sotto il sole d’agosto.

E poi la Casa si riplasma e finalmente riprende forma, la forma eterea che con la pesantezza dei mattoni non ha nulla a che vedere. Casa lo diventano le persone. Lo diventa la panchina dove siedi con l’amico e lo spazio fisico di un abbraccio quando scendi dall’ennesimo treno, l’abbraccio di qualcuno felice di vederti. Diventa un sorriso, diventa la finestrella di Skype dove compaiono le scritte di chi vuoi vicino. E diventa il telefono che squilla: sono le persone che ti fanno stare bene e sereno, a tuo agio, e basta.

Alla faccia del materialismo: I feel good.

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