Clima: nessuno ne parla più

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20150108mordasini

di Corrado Mordasini

faccinaGASmordasiniSì, nessuno parla più seriamente del clima. Mettiamo la testa sotto la sabbia non perché siamo cattivi, ma perché siamo abituati. Vai te a dire a un Italiano di inizio Cinquecento: “Ci sono in giro torme di lanzichenecchi!”. Quello ti risponde: “E bon, dov’è la novità?”. Il nostro lanzichenecco è ormai il problema del clima: sappiamo che ci fa male, ma siamo abituati a vederlo scorrazzare mentre uccide, stupra, e mica possiamo farci niente.

Questo è, in effetti, il disperato problema dei meteorologi oggi. Non sanno più come fare per farci cagare addosso. Tra un po’ vedremo il povero meteorologo Mercalli danzare nudo la hula pur di avvisarci che il mondo sta prendendo una discesa al 45% e il go-kart su cui appoggia le chiappe non ha i freni. Dal 1998, e dunque negli ultimi 16 anni, si sono registrati i 10 anni più caldi da quando si misurano le temperature globali e cioè da più di un secolo. Ormai nemmeno i più ottusi Repubblicani americani o gli scienziati da loro prezzolati osano più dire che la colpa non è del riscaldamento globale.

Siamo noi il problema e, come al solito, non vogliamo risolverlo, fingiamo di non vedere, bestemmiamo per le piogge, smoccoliamo per le siccità. In certi paesi del Sud del mondo, addirittura, le falde acquifere si sono assottigliate oltre misura a causa dei costanti prelievi per l’agricoltura. In Bangladesh falde che prima si trovavano presso la superficie sono scese a centinaia di metri sottoterra. In Australia il Murray River non riesce ormai più ad arrivare al mare e, nel 2007, le autorità sono stare costrette a chiudere diversi bacini che alimentano il 40% di tutto il sistema idrico del Paese. E questo mentre da noi si affogava nelle continue piogge estive e autunnali, creando statisticamente l’anno più piovoso (e te pareva) da quando ci sono le strafottute misurazioni. Ma noi continuiamo serenamente a consumare, scaldare, emettere anidride carbonica e trivellare con una popolazione mondiale che entro un ventennio raggiungerà i dieci miliardi.

Dove voglio arrivare? Da nessuna parte. Mi spiace, ma di una cosa sono convinto: abbiamo già passato il limite e siamo destinati all’estinzione. Magari non domani e nemmeno tra un secolo, ma piano piano la nostra “civiltà” sarà cancellata da una serie di tsunami e di trombe d’aria. Tra due secoli sulle Alpi svizzere, trasformate in un territorio dominato da un clima arido mediterraneo, vivranno poche sparute tribù di uomini che contenderanno ai cinghiali olive e carrube. Tra cinque secoli saremo scomparsi. E i cippelimerli alati svolazzeranno nel cielo color indaco sporcato da polveri desertiche.

Un bel repulisti e poi sulla Terra si ricomincerà a vivere. Magari con i ratti o i batteri o il cinipide del castagno, che ne so? Per la Terra noi siamo solo un equivoco passeggero. Perciò, visto che questi sono gli ultimi anni che abbiamo, cerchiamo di volerci bene e vivere sereni, ché tanto non possiamo fare un fico secco: avere l’auto ibrida quando un miliardo di cinesi brucia carbone serve un po’ a poco.

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