Gli attentati, la tensione e la lista della spesa degli 007 elvetici

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di Markus Zommerman
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Peter Regli è stato, per la Svizzera, quello che M era nei romanzi di James Bond.

L’altro giorno, per commentare gli attentati a Parigi, la RSI ha appunto trasmesso un’intervista a Regli. L’ex capo dei nostri servizi segreti ha lanciato un appello affinché la politica e il popolo forniscano alle agenzie di intelligence civili e militari maggiori mezzi, uomini e poteri. Una nuova Legge è attualmente in fase di consultazione.

La Svizzera, è stato ricordato nel servizio, è una delle pochissime nazioni in cui, per esempio, non è possibile intercettare “preventivamente” le telefonate. Abbiamo il sistema Onyx (una sorta di Echelon nostrano) che, ufficialmente, non dovrebbe essere utilizzato per monitorare telefonate, mail e fax all’interno della Svizzera, ma solo all’estero. In ogni caso, a controllarci, ci pensa già l’NSA statunitense.

Se però i servizi Segreti svizzeri hanno “le mani legate” un motivo c’è. Chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Infatti il popolo non ha grande fiducia negli agenti che fanno capo agli uffici di Papiermühlestrasse 20. I servizi segreti svizzeri si sono rivelati più volte un colabrodo ma, soprattutto, pagano ancora oggi l’affare “schedature”. Da una parte è comprensibile che il mandato di un’agenzia di intelligence sia anche quello di raccogliere e catalogare dati sulle persone sospette. In Svizzera però quel che emerse alla fine degli Anni Ottanta fu davvero incredibile.

La Bundespolizei aveva collezionato negli anni 900 mila dossier: 1 persona su 7, in Svizzera, era stata in qualche modo sorvegliata e marchiata. Persone marchiate semplicemente per essersi iscritte al Partito Socialista, per non aver voluto far carriera militare (sintomo di “poco patriottismo”, secondo loro) o, come successo a Lugano, semplicemente per essere entrati una volta in un bar frequentato “presumibilmente da sinistroidi”.

Per non parlare poi della P-26, un vero e proprio esercito segreto, con tanto di gerarchia, bunker e arsenali nascosti gestito direttamente dalla Nato e che in altre nazioni (Italia, Belgio e Germania) è stato sospettato di aver compiuto attentati terroristici “sotto falsa bandiera” seguendo il motto “Destabilizzare per stabilizzare”.

Tutto questo per dire che tutti capiscono la necessità di migliorare l’efficienza dei servizi segreti per “tutelarci in modo indipendente e neutrale” dalle minacce. Visti i precedenti, però, sarebbe forse il caso di sapere esattamente come questi maggiori mezzi, uomini e poteri verranno poi utilizzati. Perché ritrovarci schedati di nuovo non ci farebbe piacere.

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