In Bhutan hanno capito tutto

Pubblicità

Di

20150104mordasiniangelo

di Angelo Mordasini

Se dico “Bhutan”, quanti di voi sanno di cosa sto parlando? Che sia un gas? Oppure un succulento tipo di involtino? O magari un medicamento?

No, il Bhutan (scritto con la maiuscola) è un minuscolo Stato che si estende sull’Himalaya, con 750 mila abitanti sparsi (cioè circa un decimo della Svizzera) in 47 mila chilometri quadrati (ossia un po’ più della Svizzera). A dir la verità il nome corretto sarebbe “regno del Bhutan” o “regno del drago”, che campeggia sulla su bandiera bicolore.

Ma cosa può esserci di interessante in un micro-Stato arroccato sulle impervie cime dell’Himalaya, teatro di molte storie di eroici alpinisti e misteriosi ominidi delle nevi?

Nella “terra meridionale delle tenebre” si parlano 19 dialetti più la lingua ufficiale, lo dzongkha (il cui solo nome è in grado di fondere la nostra corteccia cerebrale), l’inglese e il nepalese.

Per raggiungere il Bhutan è necessario effettuare molti scali, perché l’unico aeroporto è troppo piccolo per sostenere voli al di fuori dei Paesi asiatici confinanti.

Durante la finale dei Mondiali di calcio nel 2002, svoltisi in Giappone e Corea, in Bhutan si giocò la cosiddetta “altra finale”, ovvero la partita fra le due peggiori nazionali del pianeta: il Bhutan stesso, penultimo in classifica, e la microscopica isola antillana di Montserrat. Per la cronaca, la partita fu vinta dai padroni di casa per 4-0.

Inoltre nel regno del Bhutan è vietato per legge guardare il re negli occhi.

Ma quello che ci interessa è altro. Perché il Bhutan ha una particolarità che nessun altro Stato condivide.

Il Bhutan non misura il proprio PIL, o quanto meno non ritiene che sia il parametro più importante di cui occuparsi. La cosa più importante per il re bhutanese (che non ha pieni poteri, perché sono delegati al capo dei 150 ministri, scelti dal clero al 6%, dal popolo al 70% e dal re per il 24%) è la felicità.

La Felicità Interna Lorda, il dato che durante un’intervista per il “Financial Times” , il re Jigme Singye Wangchuck, definì come più rilevante rispetto al PIL (dato non entusiasmante in Bhutan: circa 2’100 dollari, uno dei più bassi al mondo). Il concetto esisteva in Bhutan già dagli Anni Settanta, ma quell’intervista lo espose agli occhi del mondo.

Il buon Jigme, il re drago, con quelle parole taglienti, sprezzanti e anche un filino ironiche mise in atto una rivoluzione. Non gli interessava di quello che dicono le statistiche economiche, solo calcoli vuoti e privi di senso. Gli interessava piuttosto che il suo popolo fosse felice.

L’intervistatore, dapprima baldo e incalzante, rimase attonito e stordito. Con chi stava parlando? Con un capotribù dell’età della pietra? Quell’omino, salito appena diciottenne al trono di uno Stato senza nessuna potenza economica e commerciale, si permetteva di dire che la misura di tutto, il sacro PIL, è inutile?

Sì.

Mi sono imbattuto in questa notizia per caso e ho approfondito. Sono giovane e mi sono chiesto molte cose.

Perché nessuno si è mai occupato di un dato così importante? Non è forse uno dei diritti inalienabili dell’uomo, il perseguimento della felicità? Se tutti sono felici, senza eccezioni, vuol dire che va tutto bene, no? Un dato come il PIL pro capite può essere ingannevole, come a Dubai, dove uno sceicco multimiliardario equilibra 100 mila poveracci e questo permette di nascondere molte cose. Mi chiedevo se questo Paesino non sia l’unico davvero illuminato, l’unico che ha capito tutto. Certo, essere sotto l’ala protettrice dell’India aiuta, ma, se tutti facessero così, cosa accadrebbe? Mi chiedevo quanto potrebbe essere indicativo un alto tasso di felicità all’interno di tutte le classi di uno Stato. Mi chiedevo cosa accadrebbe se la politica fosse vista ovunque in modo un po’ più simile a come la si vede in Bhutan.

Mi chiedevo cosa accadrebbe se il mondo fosse un po’ più simile al Bhutan.

Pubblicità

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

NO,GRAZIE!