Ma ci fa davvero ridere?

Di

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di Pepita Vera Conforti

faccinaGASveraconfortiD’accordo, sono un po’ in ritardo sui tempi della polemica, ma non è nemmeno mia intenzione entrarci, pertanto la commedia dialettale “Na bela tosa par trii dotór”, della compagnia di Yor Milano, commedia definita dal direttore della RSI “sessista”, merita una riflessione.

Mi sono obbligata a guardarla a inizio mese per capire se il termine sessista fosse stato abusato, visto che al momento va molto di moda, o se fosse un’esagerazione che finiva per banalizzare la questione culturale del sessismo. Ho seguito per quasi due ore lo spettacolo, durante il quale mi sono chiesta se davvero facessero ridere le battute sulla moglie brutta o su quella ricca e sofisticata o sulla mamma petulante, infastidita dai poco credibili tre dottori: deprimenti i loro dialoghi e senza fantasia le loro aspirazioni sessuali. Diciamo che non mi aspettavo che una rete televisiva svizzera, sebbene privata, potesse trasmettere prodotti di così cattivo gusto.

Una preoccupazione riguarda la giovane età dell’autore della commedia dialettale, per il quale sembra che anni di emancipazione e libertà femminili siano passati invano. Mi viene però un dubbio: e se invece fosse una forma di rabbia nei confronti delle libertà femminili conquistate che astutamente ci propone l’immagine (che induce alla riprovazione) di una ragazza intraprendente e opportunista che utilizza la promessa del sesso per piazzarsi (così come suggeriva Berlusconi a una giovane in cerca di lavoro), in contrapposizione ai poveri uomini, avari e privi di soddisfazioni matrimoniali, in fondo anche un po’ ingenui?

Non mancano forme di sessismo linguistico che pervadono tutto lo spettacolo, ma la sensazione dominante è stata la noia. Non si tratta di censurare l’uno o l’altro contenuto, o di entrare in una logica un po’ isterica di politically correct, arrivando a eliminare dal palinsesto film e commedie come quelle di Feydeau o di Molière che, pur se figlie del loro tempo per quanto riguarda “il femminile”, esprimono un livello di scrittura e costruzione psicologica dei personaggi decisamente più elevate, piuttosto di garantire qualità ed equilibrio nelle scelte dei programmi televisivi trasmessi, tenendo presente anche il rispetto della cultura etica, sociale e politica dei nostri tempi.

Penso che si sia persa un’occasione per la commedia dialettale di oggi di emanciparsi da una nicchia di soli giochi di ambiguità sessuali, di riproduzione di temi stereotipati e sessisti che, proprio grazie all’uso del luogo comune e di qualche colorita battuta, ruberà sì nei teatri qualche risata, ma non trova la via per raccontare la modernità con la sagacia espressiva del dialetto.

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