A testa alta

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di Françoise Gehring

Le donne sono forti. Tengono insieme affetti e lavoro, cura e responsabilità, libertà e senso del dovere. Si guadagnano il diritto di essere cittadine giorno per giorno, nelle lotte quotidiane, spesso vissute in modo solitario. Donne sole che in rete potrebbero moltiplicare forza e creatività, per uscire da una crisi non solo economica ma anche politica, morale, sociale e culturale. La realtà ci mostra che in Svizzera, come in altri Paesi, la parità tra i sessi è tutt’altro che un caso chiuso.

Al contrario: le discriminazioni persistono a livello salariale, di possibilità di carriera, di accesso al mercato, di distribuzione dei compiti all’interno della sfera familiare, di rappresentanza politica. Una rappresentanza che deve cercare di conservare un’autonomia di pensiero e di azione rispetto all’ordine politico attuale, ancora molto maschile.

L’impresa è ardua. Basta guardarsi attorno per constatare che le spinte regressive si manifestano a più livelli: la riaffermazione di un modello casalingo in base a un presunto ordine naturale, la criminalizzazione dell’interruzione della gravidanza, la diffusione di un modello “donna-bambola-oggetto” che produce strumentalmente e coscientemente stereotipi che riducono la donna a dimensioni formato tascabile.

In un contesto culturale dove all’immagine si attribuisce quasi ossessivamente un’esasperata importanza, le donne vengono spinte nel ruolo di seduttrici, eternamente giovani, desiderabili. Come se gli anni che passano – e passano anche per gli uomini che si credono immarcescibili – fossero qualcosa di cui vergognarsi. Al contrario: liberate dal problema di piacere e/o compiacere, le donne tirano dritto. A testa alta. Con o senza tacchi a spillo, o semplicemente scalze per sentire il contatto con la Madre Terra.

Nel rivendicare l’uguaglianza con l’uomo, le donne non devono diventare uguali agli uomini perché corrono il rischio di raddoppiare la propria esclusione. Portare valori più vicini alle biografie femminili laddove mancano non è affatto evidente e le opzioni sono sostanzialmente due: entrare nelle stanze del potere senza diventare uguali agli uomini ma prendendosi gli stessi diritti e rivendicando un medesimo metro di giudizio, oppure cambiare la prospettiva dall’esterno per cambiare le regole del gioco.

Per ora non si è ancora capito perché a una donna si chiede di essere perfetta, preparata, competente, efficiente, soprattutto bella e possibilmente sorretta da un tacco dodici, mentre un uomo, brutto o bello che sia, può occupare le stanze della politica da incompetente, inconsistente, inconcludente. Ha ragione probabilmente la scrittrice Françoise Giroud, secondo cui potremo dire di aver raggiunto la parità tra i sessi quando sarà del tutto normale per donne mediocri e impreparate occupare posizioni di responsabilità. E non sono le parole di un’estremista di Sinistra.

Un Paese senza la voce delle donne è un paese dimezzato, ingiusto, immobile. Le donne, che hanno guadagnato le loro competenze non solo sui libri ma anche dalla faticosa scuola della vita, sanno più degli uomini quanto sia difficile vivere, lavorare, resistere e sopravvivere.

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