Ricordi un po’ nostalgici

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20150125filipponi

di Marisa Filipponi

Natale è ormai passato da un po’ e, complice il fatto che mi trovavo a letto ammalata, ho avuto un mucchio di tempo per riflettere sul significato dei regali che parecchi di noi si scambiano, ma soprattutto che vengono donati ai bambini in quantità industriale.
Durante quel periodo tutti noi abbiamo ricevuto un mucchio di pubblicità destinata appunto ai bambini. Le ho sfogliate un po’ cercando qualcosa per i miei nipotini e ciò mi ha portato a ripercorrere i tempi della mia infanzia.

Mi sono infatti chiesta come sia possibile che i nostri figli e nipoti oggi abbiano la necessità di ricevere così tanti regali, spesso assai costosi. Tanto per essere un po’ nostalgica… ho ripensato ai Natali di quando ero bambina: pochi regali, qualche dolce, un po’ di spagnolette e alcuni mandarini. Mi ricordo che papà e mamma preparavano l’albero di notte ed è successo persino che, una volta, svegliatami di buon’ora, scesi in cucina e, alla vista del luccichio delle decorazioni, svenni, procurando un brutto spavento ai miei genitori che credevano che volassi in cielo proprio in occasione del Natale!

La mia riflessione si è poi allargata un po’ e mi sono venuti in mente i momenti migliori della mia vita, quanto da piccoli ci recavamo in montagna, a Brunescio, situato a 1’300 metri, dove in estate trascorrevo quasi tre mesi, senza telefono, radio e televisione e giochini vari.

I nostri divertimenti, insieme a mio fratello maggiore, erano quelli di lasciarsi trasportare da degli assi di legno giù per il pendio a manetta, dove mi sono anche sbucciata più volte le ginocchia, oppure al filo a freno. Costruivamo la partenza e l’arrivo di un’ideale teleferica dove mandavamo dei “picchi” di legno, oppure di ferro quando riuscivamo a rubarli al nonno. Ci divertivamo a legare qualsiasi cosa a questi picchi che venivano inviati a valle. Durante i giorni di pioggia giocavamo a carte. Mio fratello inventava un gioco tutti i giorni, io naturalmente perdevo sempre e ora non posso più vedere il gioco delle carte, chissà perché. Lui si divertiva anche a creare dei cartoni animati con una specie di Paperino dei poveri che correva e saltava disegnandoli pagina per pagina su un vecchio calendario. scorrendo le pagine il Paperino si muoveva velocemente proprio come ai tempi dei primi cartoni animati.

Poi però dovevamo anche aiutare la mamma e il nostro compito principale era quello di recarci a prendere l’acqua di sorgente in un pozzo distante circa 250 metri, con dei secchielli riempiti fino a farli sbroccare. Spesso ci fermavamo a raccogliere mirtilli e tornavamo a casa con le mani e la bocca tutta viola. La sera, dopo una cena povera, si doveva recitare il rosario. Io scappavo sempre dalla zia Iride, vicina di cascina, ma, ahimè, spesso e volentieri anche lì si recitava il rosario, quindi…. mi toccava. La luce notturna era diffusa solo da un paio di candele e anche qui ci divertivamo a osservare le ombre e spesso creavamo delle sagome con le mani. Mi ricordo che al mattino il sole filtrava attraverso i buchi nella cascina e formava un gioco di luci bellissimo: subito si capiva che tempo faceva, senza il meteo dal sciür Binaghi!

Il fine settimana era addirittura magico, perché arrivava nostro papà che doveva lavorare e aveva solo due settimane all’anno di vacanza. Lo vedevamo già arrivare da molto lontano alla curva di Gialitt, ci faceva il tipico richiamo dei monti e noi gli andavamo incontro di corsa fino alla Capèlona, ci caricavamo qualcosina sulle spalle, ben sapendo che ci portava sempre qualcosa di dolce, oltre al pane fresco per tutta la settimana. A mio papà volevo molto bene e lui mi adorava perché ero una bimba bella, bionda e riccia, oltre che capricciosa. Lui ci faceva giocare e ci coinvolgeva in svariati lavori nei boschi, dove si doveva sempre raccogliere legna, perché naturalmente si riscaldava e si cucinava solo col camino. Spesso ci portava con la mamma a fare dei giri fino a 2’000 metri, dove c’era un alpe abitato dalla famiglia Ramelli. Quelli erano giorni di festa: potevamo accarezzare le caprette e le pecore, correvamo incontro ai maiali, mentre io ero preoccupata perché credevo che fossero scappati dal recinto. Mi hanno tirata in giro fin quando diventai una signorina. La domenica sera papà ritornava al piano, lo accompagnavamo sempre ed era molto triste salutarlo e vederlo allontanarsi col suo bastone. Ci appostavamo poi dietro la cascina dove lo potevamo vedere sgusciare a Gialitt e lui ci risalutava col tipico richiamo che ci si scambiava da montagna a montagna.

Al piano tornavamo agli inizi di settembre. Allora la scuola iniziava il 15, e ciò che mi impressionava di più era la crescita dell’orto e del raccolto sui prati. Per la gioia di papà la vacanza era finita, ma nel cuore rimaneva una dolce nostalgia di quelle giornate trascorse spensierati, fiduciosi che l’anno seguente ci saremmo tornati.

Questa è stata in buona parte la mia infanzia, vissuta senza tanti giocattoli ma con tanta inventiva e fantasia, ciò che mi ha molto aiutato nel periodo dell’adolescenza e gioventù dove si iniziavano a guadagnare i primi soldini. Ho imparato a godere della vita e ad accontentarmi di poco, ma non mi sono mai mancati i suggerimenti che venivano e vengono offerti a ogni piè sospinto. Ho imparato che i piaceri della vita si provano soprattutto nel contatto con la natura, nelle relazioni sociali e nell’essere generosi e creativi: cose che non costano nulla, ma vi sembra poco?

Forse è anche per questo che, sebbene la mia famiglia fosse di stampo pipidino, quando avevo 20 anni votai PSA, riuscendo addirittura, complice il mitico giornale “Politica Nuova”, negli ultimi anni di vita di mio padre a farlo votare per Pietro Martinelli. Grande gioia e grandissima soddisfazione.

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