Se l’è ‘sta “austerity”

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di Andrea Ghisletta

faccinaGASghislettaMettiamola giù facile: “austerity” significa “diminuire le spese statali e aumentare le entrate fiscali per risanare un debito pubblico”. Ma…

…ma c’è un bel paio di “ma” che mette in discussione l’austerità in tutta Europa.

Primo: il Vecchio continente si trova in una crisi economica che dura da qualche anno e il motivo principale è la mancanza della domanda, soprattutto quella interna. Tagliare in tempo di crisi è molto doloroso, sia per i cittadini sia per l’economia. Infatti per ogni euro tolto dallo Stato la domanda perde più di un euro, poiché quell’euro, speso ad esempio per ristrutturare un ponte, sarebbe stato rispeso dalla ditta per comprare un nuovo furgoncino, poi dal rivenditore di furgoncini per comprarsi una cravatta e così via. Questo è vero in particolare per i tempi di crisi.

Secondo: c’è il forte dubbio che l’austerità non solo sia molto dolorosa, ma anche piuttosto inefficace. Per dare una misura al debito, si è soliti rapportarlo alla grandezza della sua economia, sintetizzata Prodotto interno lordo. Questo valore cambia poi sommandogli la differenza fra le entrate e le uscite annuali. La grande pecca dell’austerità sta proprio nell’applicare una riduzione delle spese e un aumento delle tasse che, in un periodo di crisi, frenano pesantemente la crescita economica. Tutto lo sforzo nel tenere a bada il bilancio va quindi a farsi benedire.

L’esempio più lampante in questo senso è quello dei nostri vicini italiani: l’Italia pratica da qualche anno una politica di austerità che le permette di chiudere i conti nel rispetto dei trattati europei. Il problema è che siede su una montagna di debiti di lungo corso, gravati in passato da alti tassi di interesse, il tutto accompagnato da un ritmo di crescita negativo, che la proietta nella situazione problematica che tutti conosciamo.

Questi concetti valgono a grandi linee anche per il nostro piccolo orticello cantonale. Lo ha detto molto bene Manuele Bertoli venerdì sera a “A fuoco”: oggi la misura migliore per sostenere il Ticino economico è evitare tagli dove non ci sono sprechi. Quest’anno la maggioranza borghese del Gran Consiglio ha intimato al Governo di tagliare linearmente 12 milioni di franchi alla voce “Beni e servizi”.

Per il DECS, ad esempio, questo non significa togliere un cappuccino con schiuma a ogni docente. Si tratta invece di una misura dolorosa: si risparmia sulle lavagne e sui banchi, si risparmia sulla scuola. E si risparmia anche sull’economia, dato che i soldi spesi dal Cantone finiscono direttamente nel mercato del lavoro ticinese.

Per finire, penso a Dadò & Co, che oggi si fanno la campagna elettorale sugli utili della BNS. Io dico: va benissimo investire la somma necessaria ed efficiente nell’emergenza lavoro, ma mettersi a sbraitare che tutti i soldi devono finire indistintamente lì, dopo aver tagliato i gessi alla scuola o i walkie-talkie alla polizia, mi pare un tantino disonesto sul piano intellettuale. Un colpo al cerchio e uno al menisco!

(Foto: Schlierner – Fotolia.com)

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