Elogio della pesantezza

Di

20150209Scarinci

di Jacopo Scarinci

faccinaGASscarinciCirca l’80% di chi inizierà a leggere questo pezzo non arriverà alla fine. E non perché sia scritto male o perché di solito io scriva sciocchezze. Anzi. Semplicemente per statistica. Abituati ai tweet, alla semplicità, alla politica dell’urlo, all’assenza di riflessione ormai non abbiamo più la minima idea di cosa voglia dire approfondire, ricercare, studiare.

Questo è un piccolo elogio della pesantezza, dell’epoca in cui i giornali erano pieni di inchieste e a scriverci non erano redattori sottopagati, ma scrittori, intellettuali, giornalisti con la schiena dritta. Quando c’erano i centri studi e i partiti erano Partiti: con la P maiuscola.

Ora è tutto liquido, tutto improvvisato, tutto urlato. Ora 20 righe di un domenicale verde possono far parlare per settimane, quando la maggior parte delle volte si tratta di colossali cazzate. Una dichiarazione di Blocher che potremmo fare anche noi alla quarta pinta diventa materia di sondaggi, editoriali, domande. Che non trovano mai risposta, perché la gente ha già fatto decidere per sé un politico più bravo a urlare o un titolo a effetto di un articolo che nemmeno ha letto.

Questo è un elogio romantico e disperato alla pesantezza che fu, quando ci si scornava su idee, non su populismi. Idee, non tweet di 140 caratteri, non bazzecole. Idee che ora non ci sono più, travolte da una politica da circo, da giornali in mano a gruppi economici, da gente a cui interessa solo il proprio borsellino. Figurarsi leggere, discutere, approfondire.

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