La zappa sui piedi

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Di

20150424artemisia

di Artemisia

faccinaGASartemisiaCi piace, è evidente. E mica parlo delle elezioni: quelle sono cavoli nostri, ogni uno ottiene quel che vuole e, se la maggioranza vuole una cosa, poi se la sciroppano tutti. No, no: io parlo della crisi.

Parlo del modo tutto stronzo – e mi si perdoni la volgarità – che hanno i Ticinesi di mingere in testa a un sacco di introiti senza battere ciglio e dandosi da soli delle pacche sulle spalle. L’ultimo e geniale caso riguarda una notizia di un paio di settimane fa.

In breve, in Ticino la San Pellegrino sta organizzando una sciccosissima manifestazione enogastronomica per valorizzare i prodotti del territorio con la partecipazione di qualche tonnellata di stelle Michelin sparse in vari ristoranti. Manco era annunciata che già aveva fatto il pienone di consensi, entusiasmo e partecipazione. Allora io sottopongo alla vostra attenzione un paio di affermazioni del signor Stauffacher, patron della rassegna.

Ovviamente prima dice che comunque in Ticino si mangia bene in generale, pure “la pizza e un piatto di spaghetti”, perciò quando parla di “enogastronomia” non intende solo i ristoranti di lusso, ma tutto. “E meno male”, vorrei dirgli io.

Poi aggiunge che i pezzenti di oggi, ossia i frequentatori di camping, sono magari i benestanti di domani, quindi se si trovano bene tornano quando hanno una fracca di soldi da spendere. Beh, è vero, verissimo. Infatti è per quello che trattare tutti bene è il minimo in una zona che vuol campare di turismo.

Poi dice questa cosa:

“Io sono piuttosto per un sano realismo: il Ticino ha bisogno clientela di alto livello, che frequenti gli alberghi, che faccia acquisti portandosi a casa i formaggi, i salumi e i vini della regione. Prodotti di qualità che andranno poi ad alimentare un passa parola per noi benefico. Il cliente del 5 stelle insomma non si limita a pernottare, ma va al grotto, fa la spesa alla coop,… È questa l’importanza di avere un livello di clientela medio alto, perché non aiuta solo gli alberghi o i ristoranti di lusso, ma alimenta tutta l’economia: un fattore da tenere a mente”

Allora la dico in maniera fine: ‘sticazzi.

Il cliente del 4 e del 5 stelle rimane nei circuiti del turismo artificiale creati per lui, quell’habitat di lusso o di finto-non-lusso-(di-lusso)-genuino che lei e i suoi colleghi state creando da anni. Ristoranti, campi da golf, grotti che di nostrano non hanno né i piatti né i prezzi (e hanno il cervelas e il landjaeger nel piatto misto perché lo züchitt si aspetta di trovarlo), negozi con prodotti tutti stranieri perché sono delle grandi griffe. Ci va giusto giusto bene con le enoteche e qualche boutique alimentare, su questo ha ragione.

Chi va al grotto, quello vero, che gira per le strade nei negozi normali (quelli posseduti e gestiti da noi comuni pezzenti, insomma), cercando la vita del Ticinese e il suo bar e il suo supermercato dove magari non si spende troppo, è il turista di fascia medio-bassa. Ed è lo stesso turista che quando risparmia lo fa per potersi comprare qualcosa di più nei negozi locali. Il turismo a 5 stelle ignora completamente le valli, se non per visite più brevi di un day hospital. E quelle sono zone che vanno promosse e se ne sciacquettano le pudenda del turismo di lusso, perché certo all’osteria di Campo Vallemaggia non ci andrà il turista dell’Eden Roc. Ma fra Campo e Ascona, con tutto l’affetto per Ascona, quella che ha bisogno di 20 turisti in più è la prima e non la seconda.

Altra meccanica della quale informarla: anche i meno abbienti (leggasi “di reddito medio”) hanno i soldi per portarsi a casa una cassa di Merlot e della formaggella del caseificio del Gottardo. Il fatto che qualcuno non abbia in media 700 franchi a notte (a notte!) per restare in Ticino, per cui, facendo due calcoli, 4900 franchi secchi per una settimana di pernottamento (colazione inclusa, eh!), non significa che non abbia l’equivalente almeno dello stipendio di un dipendente da lasciare al territorio. O di un frontaliere, se proprio vogliamo parlare di cifre “irrisorie”.

Concludo spiegandole, signor Stauffacher, che la povertà non è una malattia, e se lo è non è di certo contagiosa. Per capirci, i poveri non frequentano solo poveri. Pure se il poveraccio medio si porta a casa “solo” una cassa di Merlot, ha pur sempre sei bottiglie di cui parlare e alle quali fare pubblicità. E, le dirò, se se ne porta a casa solo una o due perché di più non poteva, quelle bottiglie le userà in occasioni speciali: le occasioni in cui usare quel prodotto come punta di diamante della tavola presso amici, parenti o conoscenti, offrendo la specialità portata dall’estero. Perché, le giuro, da borghesina viziata di famiglia benestante quale sono, sulla tavola di casa mia una bottiglia di vino buono passa inosservata fra tante altre.

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