Anche a Istanbul c’è “Charlie Hebdo”

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di Artichoke

Mentre in Ticino i giorni elettorali si sono conclusi e ormai si è ai commenti sulla campagne, su come la gente l’ha presa, su quel che la Signora Luisa ha cucinato per consolarsi o per festeggiare, e mentre cerchiamo di usare la pelata di Savoia come palla di cristallo per capire come sono i presagi dei prossimi quattro anni…

…nel mondo fuori succedono le cose. Le cose brutte. O belle, se non finirà nel sangue, ma non si può mai sapere. Sicuramente sono “cose” coraggiose, perciò credo che valga la pena di parlarne.

La vicina Turchia sta combattendo in questi giorni l’ennesima battaglia di una guerra da tempo (ah, sì?) conclusa dalle nostre parti e finita un po’ in sordina, tanto che, Google alla mano, ho fatto il carciofo meticoloso e ho cercato se qualcuno ne parla. Nope. Nada. Rien. Nemmeno la RSI, che di solito è piuttosto rigorosa, ne facenno. Quindi quasi mi pare di fare del giornalismo serio riportando all’attenzione dei Ticinesi un paio di fattarelli di cronaca mica da ridere.

Il Festival del Cinema di Istanbul, manifestazione di portata internazionale (come il nostro di Locarno, per intenderci, mica una beduinata di poco peso), è diventato l’occhio del ciclone della controversia sulla censura in Turchia, dove a inizio aprile si sono inasprite le sanzioni,. Una Turchia che combatte con le unghie e coi denti per guadagnarsi un altro pezzo di rivoluzione sociale, sempre più vicina all’Occidente e ai traguardi per i quali abbiamo tanto combattuto.

In Turchia perché un film di produzione nazionale possa essere proiettato è necessario un permesso governativo, il cui rilascio è sospettosamente a rischio di censura (tanto per essere chiari: se non dici qualcosa che il governo approva, non ricevi il certificato, ergo usi la pellicola per detergerti le terga e la burocrazia diventa un sistema di monitoraggio dei contenuti intellettuali).

Il Documentario “Bakur”, girato nel nord del Paese presso il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan: i guerriglieri curdi di cui sentiamo parlare in TV, insomma) era nel programma delle proiezioni del Festival, ma il Ministero della Cultura ha fatto pressioni, imponendo il ritiro a fronte della mancanza del suddetto e ameno documentino. La reazione del mondo del cinema turco e internazionale è stata massiccia: decine di altri registi hanno ritirato le loro pellicole in segno di solidarietà, la giuria si è dimessa e tutti i concorsi e persino la cerimonia di chiusura sono stati annullati. Altre manifestazioni (tra cui il Festival del Film di Ankara) hanno preso esempio, e l’ambiente culturale turco è in fermento, con tanto di lettere al Ministero della Cultura per chiedere delle nuove regole, dei ripensamenti, dei nuovi metodi per garantire una libertà di pubblicazione nuova, rinnovata, diversa. Un po’ più libera-per-davvero.

Il Ministero della Cultura ha etichettato “Bakur” come “propaganda al terrorismo” e per ora non dà segno di voler ascoltare gli appelli dei cittadini. In effetti, il ritratto fatto degli orribili Curdi è quello di gente che gioca, canta, vive, parla, ha del tempo libero e dei sogni, degli obiettivi e delle ideologie. Li dipinge come esseri umani, laddove il governo turco li etichetta ufficialmente come terroristi, e così Stati Uniti, Unione Europea e Iran. È chiaro che un documentario del genere scotta nelle mani di chi non può istituzionalmente (a ragione o a torto non spetta a me dirlo) accettare che il nero in realtà sia in gradienti di grigio. Anche se poi per ora i Curdi stanno opponendo una strenua resistenza all’ISIS, mostro ancora più grande. Ma questa è un’altra storia.

In Turchia in questi giorni le strade si stanno riempiendo per la libertà di parola dalla censura governativa. Manifestazioni da parte di associazioni e sindacati di settore stanno accadendo or ora, pacifiche e speranzose.

Vorrei invitarvi, amici lettori del GAS, a ricordarvi quanto importanti sono i traguardi sociali che abbiamo raggiunto. Noi, quelle cose per cui la gente è ora in piazza a gridare e piangere, per le quali non possono lavorare, sognare, produrre, creare, leggere, scrivere e guardare, ecco, noi quelle cose le abbiamo già e molto spesso le diamo per scontate.

Abbiamo altre battaglie da intraprendere e da vincere, ma sforziamoci di tenerci informati su chi ci prende come esempio e ispirazione per raggiungerci, dando valore (a volte meglio di noi) a chi per i diritti che abbiamo è caduto, è stato imprigionato, maltrattato, ingiuriato.

In onore dei nostri traguardi e dei loro, vi propongo il trailer del film bannato. E no, non ha i sottotitoli. Per ora.

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