Caro Dillena, faccia solo il giornalista

Di

20150409Santerre

di Santerre

Fare lo storico non è semplice, io ne so qualcosa. Ci vogliono un Bachelor, un Master, anni e anni di studi, ricerche, approfondimenti: ci vuole soprattutto competenza. Ebbene, in assenza di competenza sarebbe meglio parlare d’altro, perché il rischio di scrivere sciocchezze è dietro l’angolo. Rischio con il quale il direttore del “Corriere del Ticino”, Giancarlo Dillena, ha fatto un frontale la mattina del 9 Aprile. Il “J’accuse” del nuovo esperto è una critica al nuovo manuale per la Scuola media ticinese, “La Svizzera nella storia”. Il diritto di critica è fondante del buon vivere, ma appunto se è critica, non scivolone continuo.

Lezione numero uno del primo giorno di Università: la storia è un percorso, fatto di tante piccole tappe. Morgarten è una tappa fondamentale per l’indipendenza svizzera, certo, ma è una tappa, anche se simbolica finché si vuole. Marignano, dice? Bon, Dillena conosce le Guerre d’Italia? Quelle dei cambi di alleanza in cambio di denari e convenienze e dove l’ideale nazionale non esisteva manco per idea? Immagino di no, data la confusione che alberga in chi definisce un manuale sia “ben documentato” che “revisionista”. Insomma, come osano questi matti usare le fonti invece del folklore?

L’oggetto principale della critica è la scelta di anteporre a “miti fondatori che sanno un po’ di favola e retorica” del sano realismo. Se Dillena non capisce perché in un manuale per i ragazzi della Scuola media trovino spazio migrazioni, femminismo, tratta degli schiavi e xenofobia evidentemente dovrebbe darsi all’ippica (che del resto, lo sappiamo, gli piace tanto), piuttosto che alla storia. La storia, quella vera, quella che si studia, non Guglielmo Tell e interpretazioni folkloristiche del Grütli, è la storia del mondo. I nostri ragazzi saranno anche cittadini del mondo, non solo della Svizzera: allargare le frontiere mentali dei propri figli è il dovere di ogni genitore. Di gente a compartimenti stagni, come appena dimostrato, ce n’è anche troppa.

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