La Svizzera non è l’Iran

Di

20150415narzisi

di Marco Narzisi

La frase più abusata sugli stranieri è: “Possono venire da noi, ma devono rispettare le nostre leggi e le nostre tradizioni”. Ora, sull’osservanza delle leggi non ci piove: è la base di ogni società civile e neanche il più buonista dei buonisti potrebbe affermare un qualsivoglia diritto a non rispettarle. Il problema è nel seguito della frase, ovvero sul rispetto delle tradizioni, ovvero di tutto ciò che non è legge scritta ma vita quotidiana, costituzione materiale. E spesso, diciamolo, ha una forte base religiosa.

La parola “rispetto” deriva dal latino “respicere”, ovvero “guardarsi indietro”: in questa accezione, il termine, oltre a quello di “osservanza” che è riferito all’ambito normativo, assume una diversa e pregevolissima sfumatura di significato che va a indicare il sentimento di chi progredisce ma è consapevole del valore di qualcosa o di qualcuno e lo riconosce esplicitamente. Per capirci, il fatto che io rispetti le opinioni altrui non vuol dire che io mi conformi a esse, come il caso in cui io rispetto la legge non vuol dire che ne tengo conto ma faccio a modo mio, ma mi conformo.

Il grande problema dell’integrazione, almeno nella mente di chi questa integrazione la vuole solo a parole e non nei fatti, è tutto qui, in questa sovrapposizione di significati su un unico termine. Se siamo tutti d’accordo sul fatto che uno straniero debba rispettare le leggi del nostro Paese nel senso di non trasgredirle e di conformarsi, nutro fortissimi dubbi sull’estensione di questa accezione alla sfera delle tradizioni e della cultura. La netta sensazione è che attraverso questa voluta confusione si cerchi di imporre un’integrazione che non è più una presa di coscienza da parte dell’individuo del suo ruolo di nuovo cittadino di uno Stato laico, in cui il rispetto assume il significato normativo di una sottomissione senza se e senza ma a leggi non scritte e sicuramente non laiche, che sia il crocifisso negli uffici pubblici in Italia, o le mille difficoltà nel costruire luoghi di culto, il divieto di portare il velo, la giusta pretesa del rispetto (ancora!) delle proprie abitudini alimentari e via dicendo.

Rispettare le tradizioni è una cosa diversa da quello che intendono certe persone. Non significa sottostare zitti e muti alle vostre imposizioni o altrimenti tutti a casa propria. Invece è un reciproco capirsi e comprendersi, porsi sullo stesso piano, ricacciare nella sfera privata quello che non è strettamente educazione civica. È togliere di mezzo gli ostacoli, siano essi un crocifisso sul muro o la benedizione di un palazzo appena costruito. È il rifiuto di scambiare le nostre credenze con le nostre leggi.

È, infine, demolire il paragone ampiamente condiviso dal cittadinotto medio: tu non puoi costruire qui la tua moschea perché se la costruisco io nel tuo Paese me lo vietano. Ora, quello che al cittadinotto medio non entra nella zucca è che in quei Paesi la costruzione di una chiesa, se è vietata, lo è sì in virtù di princìpi religiosi ma fatti legge dello Stato, e che per coerenza il cittadinotto medio dovrebbe rispettare se vuole definirsi un individuo civico.

Altrimenti siamo lo Yemen, siamo l’ Afghanistan dei talebani, siamo l’Iran degli ayatollah.

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