Quattro ombre nella notte

Di

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di Angelo

Bellinzona, 20 aprile 2015

All’interno della Casa del Popolo si sta festeggiando la rielezione del Consigliere di Stato Manuele Bertoli, ma per chi siede al tavolino del bar di fronte è solo un vociare confuso in lontananza. Non è che sono poi tutti tanto contenti di averlo ancora tra i piedi: qualcuno lo avrebbe voluto fuori e invece eccolo lì, con il suo bastone bianco e il sorriso un po’ storto, circondato da applausi e pugni alzati. Un’ultima sigaretta e poi si va a casa, quand’ecco che arriva l’imprevisto che non ti aspetti: un’ombra nella notte.

Ha la pelle scura, una ventina d’anni, i tratti tipici del Corno d’Africa, e in un inglese stentato mi chiede: “What is this country?”. Mi pare di non aver capito bene la domanda: in quale Paese siamo? La Svizzera, no? Però, vabbeh, di matti è pieno il mondo e quindi rispondo: “In Switzerland, Ticino”. Lui mi guarda svagato e sembra non capire. Mi dice con tono interrogativo: “Bnzona?”. “Sì, Ok”, penso io, “mi prende per il culo. Sarà uno dei tanti asilanti fancazzisti che girano per Bellinzona. Magari ha bevuto e mi prende per fesso”. Però non ho niente da fare e sono curioso. E poi lui, più che ubriaco, sembra proprio un giovane Mowgli perso nella giugla. Così gli chiedo: “But, sorry, where are you from?”. Quello mi guarda stranito, quasi intimorito ma poi prende coraggio e mi racconta di essere appena arrivato dalla Libia, di non sapere dove si trovi, di avere fame e di non essere solo: ci sono tre amici con lui che aspettano sulla panchina dietro l’angolo.

Le ombre della notte diventano quattro. Quattro giovani somali che mi guardano. Solo uno parla inglese e fa da interprete: il più piccolo ha 17 anni, sono a digiuno da tre giorni e hanno attraversato il mare su un barcone che portava 600 persone il 13 aprile (che fortuna sfacciata!… il viaggio prima del terribile naufragio con quasi 800 dispersi), a Milano sono stati derubati di tutto, come unica proprietà hanno i vestiti che portano addosso e una voglia disperata di farcela.

Non sono uno che si sbatte particolarmente per gli altri ma a otto occhi affamati non si sfugge facilmente. Così ho aperto il borsino e ho pagato subito tè caldo e un toast. Poi, non sapendo che fare ed essendo la serata freddina, ho aperto la porta di casa e il divano letto. Poi ho frugato nell’armadio e ho tirato fuori quattro coperte, quattro paia di calze, quattro mutande e quattro magliette. Quattro asciugamani per farsi una doccia e due spazzolini da denti (quelli avevo!).

Ahmed, Abdurahim, Mohamed e Wahid non volevano fermarsi in Svizzera: ci sono capitati per sbaglio. Volevano andare in Germania, dove hanno parenti che li aspettano. Così il giorno dopo ho chiamato quattro amici e ognuno ci ha messo 100 franchi. Abbiamo studiato la cartina, abbiamo fatto i biglietti e nel pomeriggio li abbiamo messi su un treno in direzione di Basilea. Non saprò mai se sono arrivati oppure no, se ce l’hanno fatta. Il viaggio dei migranti è un viaggio silenzioso, senza recapiti o indirizzi.

Prima di uscire di casa, ci siamo accordati: “Io cammino davanti e voi dietro di me di una ventina di metri. Se vi ferma la polizia, non ci conosciamo!”. È andata proprio così: sono diventato mio malgrado un passatore, uno che aiuta l’immigrazione clandestina. Potrei essere arrestato ma, non so perché, non m’importa. Di fronte a quei quattro visi smunti, quelle mani fragili, quella pancia magra dentro i pantaloni troppo larghi, la legge mi è apparsa come una cosa vuota, senza senso.

No, non sono uno che si sbatte particolarmente per gli altri, non sono un buonista. Anzi, sono uno che fino a ieri diceva: “Aiutiamoli a casa loro!”. Ma la vita è così: non sai mai quell’accidenti che ti può capitare. E non lo racconto agli amici al bar, lo tengo per me, ma mi capita spesso di pensare a dove siano adesso. E di pensare che non li avrei mai conosciuti se avessero preso il barcone sbagliato, che avrebbero potuto annegare e non arrivare mai.

È una roulette, il viaggio dei migranti: qualcuno ce la fa e qualcuno no. Stasera sono di nuovo all’ultima sigaretta di una serata stanca e un po’ noiosa. Mi guardo intorno: hai visto mai che all’improvviso compaia un’ombra nella notte che ha bisogno di una mano.

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