Alessio e la lingua di Dante

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Di

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di Carol Bernasconi

faccinaGASbernasconiQuando Alessio ha iniziato a frequentare la scuola dell’infanzia, il suo linguaggio non era ancora ben sviluppato, per usare un eufemismo. In realtà quasi nessuno riusciva a capirlo, a parte noi della famiglia che avevamo a disposizione il dizionario Alessiese-Italiano. Crescendo è molto migliorato, anche se ogni tanto abbiamo ancora bisogno di un piccolo aiuto per capirlo.

Una sera, per esempio, stava riordinando la sua stanza prima di andare a dormire. Mi accorgo però che il suo concetto di ordine non è proprio come il mio. Quando glielo faccio notare, mi risponde: “Scusa, mamma, se non ho messo le cose nei cassetti giusti… è che avevo gli occhi sgranocchiati al buio”.

Anche quando usa una delle sue espressioni preferite, cioè “Sono un pazzo scatoscenico”, mi chiedo sempre cosa significhi. So solo che, quando lo dice, i guai arrivano a ruota.

Capita ogni tanto anche a lui di trovarsi in difficoltà con il suo stesso linguaggio, ma riesce sempre a trovare una soluzione senza perdersi troppo d’animo: “Per il compleanno di Simone voglio fargli una sorpresa. Però non lo dico a nessuno perché è un regheto… un sghereto… un sgreto… (pausa sbuffo) …e va bene lo dico!”.

In qualunque modo Alessio si esprima, riesce comunque sempre a far capire le sue intenzioni. “Uccido il telefono con una pesata… pam! E il telefono slettigala”. E, nonostante tu non sia in chiaro sul significato dell’ultima parola, sai che quel povero telefono farà una brutta fine.

Quando è stanco, chiede alla maestra di andare a riposare sulle “brandelle” (che abbia intenzione di ridurre a brandelli le brandine?), mentre a pranzo le dice quanto siano buoni i “pizzicotteri”.

Alla fine ti fai pure contagiare e cominci a parlare come lui… “Alessio, mi aspetti in auto mentre vado a riportare il carrello?”. Risposta: “Nooo! E se mi rapono?”. “Ma no amore, nessuno ti rapa… non ti rapono… insomma, vieni con me, dai”.

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